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Yeman Crippa e l'integrazione nell’Italia dell’atletica: «Ecco la mia storia»

Stefano Mei: «Niente parole e tanti fatti, il nostro sport è un esempio vincente»
LA VITTORIA - Immenso Yeman Crippa: è oro europeo nei 10 mila metri



ROMA. «Sono super contento che adesso ci sia anche il mio nome insieme a grandi campioni come Cova, Mei e Antibo, tra gli ori d'Europa dei 10.000 metri. Finalmente ho vinto anch'io, e comincio a scrivere la mia di storia".

Lo dice Yeman Crippa, 26 anni a ottobre, finalmente vincente e uomo d'oro dell'atletica italiana che ha chiuso alla grande gli Europei di Monaco.

Non solo Jacobs e Tamberi, quindi, visto che gli olimpionici hanno confermato gli ori di Tokyo, ma anche questo ragazzo finora abituato, in ambito continentale, ad altri metalli da podio, e che ha alle spalle una storia di orfano in Etiopia adottato bambino da una coppia italiana insieme a cinque fratelli e due cugini.

È quindi uno dei tanti “italiani di seconda generazione” che stanno riportando in alto il tricolore nella disciplina regina dei Giochi e hanno composto per un terzo la squadra azzurra dei 98 selezionati per Monaco.

La metà dei migliori di loro, ovvero coloro che sono arrivati in finale, è nata in Italia da genitori stranieri o è arrivata in tenera età.

L'Italia dell'atletica è quindi un vero esempio di integrazione, come sottolinea il presidente della Fidal, l'ex campione Stefano Mei. «Sì, lo siamo, senza fare bei discorsi ma con i fatti – dice – Da noi non ci sono colori o religioni ma un gruppo di ragazzi che si divertono a fare un bellissimo “lavoro”. E io sono orgoglioso di loro, solo adesso comincio a rendermi conto di ciò che abbiamo fatto, alla faccia di certi "soloni” che hanno sottolineato che a Monaco mancava la Russia».

L'Italia dell'atletica è quelle delle staffettiste di bronzo Dalia Kaddari, di padre marocchino e madre sarda, e Zaynab Dosso, ivoriana fino a sei anni fa. Una lunga corsa, cominciata anni fa, ad esempio col quartetto definito total black e che provocò polemiche a livello politico con interventi di Saviano e Salvini quando, nel 2018 a Tarragona, Libania Grenot, Maria Benedicta Chigbolu, Ayomide Folorunso e Raphaela Lukudo vinsero l'oro della 4X400 ai Giochi del Mediterraneo di Tarragona.

Quanto a Crippa, un fastidio al piede destro aveva negato la partecipazione ai Mondiali di Eugene. Amareggiato, Yeman aveva spostato l'obiettivo sugli Europei dell'Olympiastadion, e i risultati gli hanno dato ragione. Prima il bronzo dei 5000, poi la gloria del titolo continentale, sulla distanza in cui era stato ottavo ai Mondiali di Doha tre anni fa con il record italiano (27:10.76), prima perla di una collezione che negli anni si sarebbe arricchita con i record su pista dei 3000 (7:37.90) e dei 5000 (13:02.26).

Ora l'oro e il bronzo in Baviera consacrano una stagione che si era aperta con il primato nazionale della mezza maratona a Napoli in febbraio, prima volta di un italiano sotto il muro dell'ora (59:26). Poi l'infortunio, lo stop, la voglia di tornare più in forma di prima, lavorando in altura a St. Moritz. E il capolavoro di Monaco che rilancia il mezzofondo azzurro verso il ruolo che gli spetta, insieme alle medaglie dei siepisti, anche loro italiani di seconda generazione e che hanno dovuto attendere di compiere 18 anni per avere cittadinanza e casacca azzurra, Ahmed Abdelwahed che viene da Ostia e il trapanese Osama Zoghlami.

Ma Crippa preferisce parlare di se stesso, raccontare la propria storia e i suoi sogni. «Spero che questa vittoria sia un punto di partenza. E' un oro più bello di come me lo ero immaginato – dice – sapevo dall'inizio che, se il norvegese fosse andato via, sarei andato a riprenderlo. Ma finché non raggiungerò i migliori al mondo non sarò soddisfatto. Ora mi godo questa medaglia, poi con il mio allenatore Massimo Pegoretti cercheremo di capire come raggiungere i rivali che ho davanti. Ho vinto in Europa, ma il Mondiale e l'Olimpiade sono un'altra cosa».

E pensare che da piccolo, in Italia nella sua nuova famiglia, desiderava fare il calciatore («giocavo da centrocampista centrale»), magari in quell'Inter per la quale fa tuttora il tifo.

Ma la voglia di correre ha prevalso e va benissimo così, non solo per le vittorie e i primati ma perché «in Etiopia mi aspettava un'esistenza misera, in orfanotrofio. Sono partito dal nulla. Avere dei vestiti e dei libri di scuola in Trentino era già tantissimo, mi sento tanto fortunato di essere potuto venire in Italia e di aver scoperto che c'è un'altra vita. Mi è stato dato un futuro diverso, migliore. È questo il motivo per cui questo oro che ho aspettato a lungo lo dedico a me stesso: agli Europei ho trasformato la delusione per il forfait ai Mondiali in una cosa positiva. Lo avevo detto, e sono stato di parola».













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