«Italia, forza. Resisti Che anni meravigliosi con la maglia del Trento»

Trento. L’Italia è nel suo cuore, anche se l’ha lasciata otto anni fa e non è più tornato. A Belluno lo ricordano come il “Motorcito”, un “tuttocampista” che abbinava qualità a quantità e personalità,...



Trento. L’Italia è nel suo cuore, anche se l’ha lasciata otto anni fa e non è più tornato. A Belluno lo ricordano come il “Motorcito”, un “tuttocampista” che abbinava qualità a quantità e personalità, a Trento ha giocato solamente una stagione, ma, a detta di tutti coloro che hanno avuto la fortuna di giocarci assieme (o anche contro, da avversari) si tratta di “uno dei giocatori più forti transitati in via Sanseverino negli ultimi vent’anni”. E, forse, anche di più.

Andrés Grande è tornato nella natìa Buenos Aires, dove vive con la moglie Gabriela e i tre figli Valentino, Michele e Faustina.

Cosa fa oggi quel centrocampista, che a Trento, nella stagione 20019/10, affascinava tutti con giocate pazzesche e i racconti di quando giocava nella Primera Divisiòn prima con Argentinos Juniors (sì, la squadra del “Pibe de Oro”), Boca (sì, “quel” Boca), Ferro Carril Oeste, con le Nazionali Under 17 Under 20 con giocatori del calibro di Fernando Redondo, “El Cuchu” Esteban Cambiasso e Juan Pablo Sorin?

Ebbene, Grande fa l’allenatore nel settore giovanile del Defensa Y Justicia, società che milita nella massima serie argentina (con Hernan Crespo in panchina) ed è apprezzato commentatore tecnico per le partire della Primera Divisiòn su TyC Sports, pay tv argentina di proprietà di Tomeos e Clarìn Group.

Grande, calcio, calcio e ancora calcio. Dentro il campo e, adesso, anche in studio.

“Eh beh, il calcio è sempre stato il mio lavoro e una parte fondamentale della mia vita. Come è nato il tutto? Semplice: un giorno mi hanno invitato in televisione per commentare una partita di serie A e ci sono andato volentieri. La trasmissione è andata bene, hanno apprezzato il mio modo di parlare e la mia competenza e mi hanno proposto una collaborazione continuativa. Ho accettato subito. Mi piace molto, mi diverto e, prima come giocatore e ora come tecnico, studio per migliorarmi perché sono abituato così”.

E poi c’è anche il campo.

“Senza non saprei proprio stare. Ho iniziato nelle giovanili del Tristàn Suarez, società che milita nella seconda serie e, dopo 4 anni in cui mi sono tolto parecchie soddisfazioni, sono passato al Defensa Y Justicia, dove tuttora opero anche se, in ballo, c’è un discorso importante con l’Asociación del Fútbol Argentino, la Federazione nazionale”.

Ovvero?

“Prima che tutto si fermasse, perché qui in Argentina sono state adottate le stesse misure messe in atto in Italia a causa dell’emergenza legata al Covid 19, ero in trattativa con la Federazione per un incarico con la Nazionale Under 20. Siamo a buon punto, sono ottimista. Adesso è fondamentale, prima di tutto, vincere questa “battaglia” mondiale contro il coronavirus”.

Prendiamo la macchina del tempo e torniamo indietro di 11 anni. Stagione 2009/10: lei arriva a Trento, in Eccellenza, e trova una situazione che definire difficile è un eufemismo.

“All’inizio era un disastro, veramente. La squadra era buona, per carità, ma tutto il resto…. lasciamo perdere. Poi, dopo alcune partite, in panchina arrivò Marco Melone e le cose cambiarono radicalmente: lui si mise davanti, diventò il nostro condottiero, il gruppo si cementò e stravincemmo il campionato d’Eccellenza, giocando anche un ottimo calcio”.

È rimasto in contatto con qualche compagno dell’epoca?

“Sì, sì. Sento spesso Tommy Poletti, Mauricio Bastiera (il portiere, argentino come Grande, ndr) e Yves Quintana, ma non solo. E poi ho un ricordo meraviglioso della città: Trento mi è rimasta nel cuore, così come Belluno. Dal 2012, anno in cui sono rientrato in Argentina, non sono più tornano in Italia e, assieme alla famiglia, avevamo progettato di fare un viaggio a giugno per rivedere i posti in cui ho trascorso anni meravigliosi e salutare tanti amici. Peccato, quest’anno non potrò farlo, ma nel 2021 sicuramente sì”.

Quel Trento era uno “squadrone” che, con pochi accorgimenti, avrebbe potuto fare bene anche in categoria superiore.

“Ah, senza dubbio, perché oltre ai giocatori che ho citato c’erano anche altri elementi di spessore. Penso a Di Napoli, Pancheri e al bomber Cosa. La squadra si allenava sempre a cento all’ora e c’era un momento in cui eravamo veramente imbattibili. Vincemmo il campionato alla penultima giornata e chiudemmo la stagione con un successo per 10 a 3 (sul San Paolo, ndr)”.

In campo era giocatore che si prendeva eccome le proprie responsabilità. Non c’è da stupirsi che, davanti ad una telecamera e a milioni di spettatori, non le tremi la voce.

“È nato come un divertimento e poi è diventato un lavoro. E, devo dire, mi piace molto, anche se è un modo molto diverso di vivere il calcio rispetto a quando si è giocatore o allenatore. Non c’è niente da fare: bisogna studiare e documentarsi molto, ma quando un’attività prima di tutto ti diverte… beh, allora diventa tutto più semplice. La trasmissione è la “Código F salida internacional” e commentiamo le sfide della Primera Divìsion”.

A Belluno la ricordano come il giocatore più forte che abbia calcato il campo del “Polisportivo”, a Trento come un top player che in gialloblù è rimasto troppo poco.

“I ricordi che mi legano al Belluno sono di più perché lì sono rimasto diverse stagioni, vincendo un campionato di serie D e conquistando poi la salvezza in serie C2, ma anche a Trento sono stato benissimo, seppur per un solo anno. Nell’annata successiva alla vittoria in Eccellenza, vennero meno le condizioni per trattenermi e, dunque, preferii rientrare a Belluno. Dove, in precedenza, avevo giocato con Marco Girardi, ottimo calciatore e grande persona, che è trentino e con cui avevo condiviso la prima parte del mio percorso in Veneto. È un altro grande amico con cui ho mantenuto i contatti”.

Dunque l’aspettiamo a Trento nel 2021.

“Intanto mando un enorme abbraccio ai trentini ribadendo il mio “forza, non mollate” in questo difficile momento che tutti stiamo vivendo. E poi sì, non vedo l’ora di tornare in Italia con la mia famiglia per un viaggio “nel passato” e per rivedere tante persone che mi mancano e mi hanno accompagnato nel mio percorso di vita. Oltre al passaporto (il nonno Valentino era italiano, emigrato in Argentina, ndr) anche una parte del mio cuore è italiana”.













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