San Lorenzo a Tenno, tra simbolismo longobardo e leggende antiche
Alla scopertta della splendida chiesetta, innalzata su uno sperone roccioso, con lo sguardo che si disperde sulle onde del sottostante lago di Garda, è anche un prezioso scrigno di simboli che ci permette di accedere a un mondo sacrale di cui oggi abbiamo perso il significato
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La splendida e suggestiva chiesetta cimiteriale di San Lorenzo, innalzata su uno sperone roccioso, con lo sguardo che si disperde sulle onde del sottostante lago di Garda, non è stato eretto soltanto per una funzione religiosa.
La dedicazione al Santo guerriero martire sulla graticola è stata una logica conseguenza sia per la devozione che gli antichi Longobardi portavano a questo personaggio che aveva saputo sfidare il potere imperiale, sia per sacralizzare il territorio.
Gli intrecci, i pavoni, le rosette semplici e quelle a doppio petalo, i labirinti nodosi e i meandri, rimasti in forma di lacerti inseriti nella romanica chiesa, sono segni apotropaici, che scacciano il male, il pericolo.
Saper interpretare questi simboli ci permette di accedere ad un mondo sacrale di cui oggi noi abbiamo perso il significato. La ripetizione dei meandri non è solo una mera decorazione ma assume il significato del ripetersi incessante del ritmo del tempo, in una sorta di continuo "eterno ritorno", di nascita e morte, che permetteva all’uomo del passato di credere fermamente che la vita non finiva con la morte fisica.
E poi il pavone, così caro alla scultura bizantina prima ancora di quella longobarda, porta con sé il valore della risurrezione del corpo e ciò era dovuto soprattutto alla descrizione che ne aveva fatto Plinio il Vecchio, il quale afferma che questo uccello perde in autunno le penne e le riacquista poi in primavera.
Sant’Agostino aveva poi aggiunto che la carne del pavone è incorruttibile. È solo in età moderna che il comportamento vistoso della splendida ruota colorata è concepito come simbolo della vanità compiaciuta.
Le rosette, spesso collegate alla croce, oltre ad indicare la rinascita mistica erano il simbolo della riservatezza. Da queste rosette d’origine mesopotamica derivano le finestre a rosone delle chiese medioevali, in stretta relazione simbolica con il cerchio e la ruota (e quindi con il Sole, simbolo di Cristo).
E il male, senza volto, scendeva sotto forma di urla notturne dal soprastante colle di San Martino, lì dove nemmeno il Santo guerriero bastava a scacciare gli antichi idoli che lassù venivano adorati nonostante il cristianesimo avesse vietato la frequentazione di quel luogo. Il pericolo veniva poi dalle caverne sottostanti la chiesa, molte di queste ora utilizzate dai contadini come ripostiglio per strumenti lavorativi.
Ma un tempo lì dentro, nel luogo umido, abitava una terribile e astuta strega. Era un gran divertimento per la malvagia sorprendere di notte i viandanti che passavano accanto al suo antro diretti all’ospizio del passo Ballino e quindi nel Bleggio e Lomaso. Li spaventava a morte, li faceva cadere a terra, li mandava a sbattere contro i muri, oppure faceva loro perdere l’orientamento. Qualche volta scatenava vere e proprie tempeste.
E guai ai bambini che rimanevano svegli, la sera, per ascoltare di nascosto le chiacchiere degli adulti! A loro la Giana riservava uno speciale e misterioso trattamento, che rimaneva per sempre impresso nella memoria dei piccoli discoli.
Un tempo la Giana era la Ganes, la donna del Salvans, sorta di dio alpestre, satiro vestito con le pellicce della selvaggina con cui si nutriva. La Giana era un essere positivo, una fata, come viene tuttora chiamata in Sardegna, e il suo nome è rimasto impresso nella pietra delle Domus de Gianas, le case delle fate mediterranee, tombe ipogee dell’età nuragica. Il pozzo, l’acqua, la Giana.
La sacralità dell’acqua
Il soprastante lago di Tenno, quello sottostante del Garda, il torrente rabbioso che scende dall’antico villaggio di Campi: la Giana ne proteggeva le acque che portavano la vita, perché presiedeva al principio umido, alla sorgente (Naiadi), focalizzando la sacralizzazione polivalente del complesso acqua-(utero)-caverna cosmica-beatitudine (vita prima della vita) dove il liquido è sempre simbolo dell’origine, come il liquido amniotico da cui deriva la vita e che vivifica. L’acqua è naturale bevanda degli uomini e degli animali, il liquido seminale della terra che si pone al servizio degli spostamenti stagionali.
Per queste antiche strade che salivano dal fondovalle transitavano gli armenti verso i pascoli alti, e per ritornare a fine estate. L’acqua veniva incanalata in rogge, fontane, lavatoi, pozze d’abbeverata, realizzate fin dal tempo medioevale, che erano punti di riferimento fondamentali e segnavano la vita di un territorio.
L’importanza di questo elemento, con i suoi riti e abluzioni, pur trapassando di segno e diventando genuflessione e battesimo, racchiude al suo interno la protezione tutta femminile che i vari Santi, tra cui il nostro San Lorenzo, non sono riusciti a scacciare del tutto se la Giana è rimasta impressa nella memoria e nei racconti. In questi sopravvive con tutto il suo retaggio simbolico.
ITINERARIO
Accesso stradale
Varone è raggiungibile da Trento seguendo le indicazioni per la Cascata del Varone che vediamo alla prima rotonda che incontriamo dopo Arco verso Riva del Garda. Viceversa, per chi sale da Riva o proviene da Rovereto, alla rotonda sita in via Santa Caterina troviamo la segnaletica che ci conduce a Varone.
Punto di partenza/arrivo
Varone (m 124), parcheggio presso la cascata omonima (ristoranti).
Percorso
Da Varone (m 124), tra Arco e Riva del Garda, nei pressi dell'entrata dell'omonima quanto famosa cascata, in località Gavazzo, inizia il sentiero n 401 che ci conduce, utilizzando un'antica via selciata, fino al Castello di Tenno (m 427). Si entra dalla medievale porta e, accompagnati da antiche case, alcune delle quali affrescate, si arriva alla chiesa di San Lorenzo.
Rientro: dalla stessa.
Tempi
2 ore complessivamente.
Dislivello
303 m circa
[Questo testo è tratto dal secondo volume di Fiorenzo Degasperi "Passeggiare, Trentino-Alto Adige. 35 semplici itinerari per grandi e piccoli", edizioni Curcu&Genovese, 2016]
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