Santi Filippo e Giacomo a Sardagna: l'Oriente e il paradiso perduto
È un piccolo scrigno artistico la chiesa eretta prima del 1300 sull’orlo della rupe che precipita sull’Adige, con il campanile ben visibile da tutta la città di Trento. Era frequentata anche dai pellegrini diretti a Santiago di Compostela, come testimoniano segni dell'arte all'interno e pure diversi graffiti che appaiono sul muro esterno della parte più antica
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Una bella testina scolpita nella bifora del campanile romanico dell’antica chiesa dei SS. Filippo e Giacomo, con i suoi grandi occhi appena sbozzati, guarda lontano, ad oriente, oltre i limiti della geografia umana.
Per noi oggi questo sguardo non ha nessuna importanza, nemmeno per gli storici dell’arte accademici.
Chi si interessa di simbologia sacra sa invece che nello sguardo della testina c’è tutta la consapevolezza che al di là della vita e della morte c’è l’Eden, il Paradiso perduto ma non scomparso.
Come scrive San Gregorio di Nissa, e noi ci volgiamo verso oriente per pregare non è perché crediamo che Dio colà abbia stanza ma perché ci ricordiamo che la nostra prima patria, quella in cui l’uomo abitava prima della sua caduta, era appunto dalle parti d’Oriente.
La chiesa un tempo devozionale, poi curaziale e infine cimiteriale, eretta sicuramente prima del 1300 (la zona absidale risalirebbe all’XI secolo) sull’orlo della rupe che precipita sull’Adige – il campanile è visibile da tutta la città di Trento –, è un piccolo scrigno artistico.
Lo sapevano già nel Cinquecento quando l’amenità del paesaggio e la presenza di questa chiesetta invogliavano diversi padri conciliari a recarvisi in passeggiata, come ad esempio il cardinale Cervini e il segretario del Concilio Massarelli, ospiti di Lodovico de Balzani, canonico della cattedrale che abitava nella via che ne porta attualmente il nome, nell’edificio dal portale architravato del piccolo borgo: l’iscrizione Lvdovicvs de Balzani/canonicvs sibi et amicis si divide ai lati dello stemma con due leopardi rampanti.
La chiesa ab immemorabili era frequentata anche dai pellegrini diretti a Santiago di Compostela.
Ne è testimonianza la dedicazione, San Giacomo maggiore, raffigurato nella pala originaria dipinta da Marcello Fogolino (ora nella sacrestia della nuova chiesa al centro del paese) che lo rappresenta, assieme a San Filippo sulla destra e alla Madonna con il Bambino sul trono al centro, con i simboli cari all’Apostolo: abbigliamento da viaggio, cappello per ripararsi dal sole e dalla pioggia, mantello rinforzato sulle spalle dalla pellegrina con conchiglie cucite, il bordone (bastone).
Non dimentichiamo poi che alla base della cascata c’era l’hospitium di San Nicolò, collegato con questa chiesetta tramite un sentiero, quello che percorreremo anche noi, che transitava da Belvedere oppure da quello che da Piedicastello saliva per l’attuale Cà dei Gai.
Ulteriore testimonianza del passaggio di fedeli in viaggio sono i diversi graffiti che appaiono sul muro esterno della parte più antica della chiesa. Alcuni sono poco chiari ma in altri si distinguono due croci che di solito indicavano il transito in loco di pellegrini.
L’edificio, rimaneggiato quasi completamente alla fine del XV secolo per mano di tal Baldassare Cometti di Locarno – lo stesso che aveva ricostruito la parrocchiale di Cavedine nel 1496 –, è affrescato una prima volta.
Trent’anni dopo Marcello Fogolino, in quel periodo attivo nelle sale del Castello del Buonconsiglio, esegue la pala dedicata al Santo su commissione della nobildonna Benedetta Cipolla dei Belenzani (ovvero i già noti Balzano di cui Belenzani non è altro che una derivazione e successiva modificazione).
Le volte a crociera del soffitto sono affrescate con uno splendido cielo stellato. Le stelle erano il simbolo dei monaci benedettini a cui fu affidata per molti secoli la custodia dell’edificio religioso, simbolo che riscontriamo anche nella badia di San Lorenzo a Trento.
Altresì la stella è anche il simbolo di un martire: il cielo stellato altro non sarebbe che la raffigurazione dei martiri presenti in Paradiso.
L’interno poi offre altre ricchezze artistiche. I quattro evangelisti occupano altrettanti spicchi della volta absidale. Lungo la navata scorrono diversi Santi e vescovi, alcuni noti come San Filippo, Santa Apollonia (contro il mal di denti), Santa Lucia (contro le malattie degli occhi), Santa Caterina da Alessandria (protettrice dei mugnai e nei pressi c’era proprio un mulino), e un martire anonimo.
Quest’ultime opere vengono attribuite al pittore manierista Romanino, anche lui operante presso il Castello del Buonconsiglio. Dietro l’altare le tracce di San Sebaldo, un santo del X-XI secolo, poco noto nell’area trentina: patrono di Norimberga, tiene nel braccio destro il modellino di una chiesa (c’è chi dice una chiesa di Norimberga, altri che vedono la raffigurazione della chiesa di San Giacomo di Compostella).
È un santo caro ai Benedettini – è annoverato nei loro martirologi quale monaco – e la sua collocazione qui è allora comprensibile, dal momento che la chiesa è appartenuta, per un certo periodo, a loro.