La magia misteriosa del borgo di Iron, fra leggende e paesaggi senza tempo
Il suggestivo nucleo di case a quasi 900 metri di quota, sopra Ragoli, è ammantato da secoli di un alone di mistero: passeggiare lungo le sue anguste stradine selciate è come fare un tuffo nel Medioevo, è rimasto quasi immutato fin dal 1630, quando la peste falcidiò l’intera popolazione
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IRON La magia misteriosa del borgo di Iron, tuffo nel Medioevo
Su queste balze meridionali del gruppo del Brenta, sopra la valle, sorge un alto villaggio ammantato da tempi immemorabili di un alone di mistero. Si chiama Iròn (o Irone) – qualcuno lo nomina “Airone”, forse per via del torrente Sarca che scorre impetuoso nel fondovalle formando, poco lontano, il bacino di Ponte Pià, luogo di soggiorno, in passato come oggi, di qualche airone cinerino.
Di sicuro nacque grazie ai dissodamenti medievali, come il paese sottostante di Coltura (il cui nome deriva infatti da kultura, terreno dissodato e messo a coltura), favorito da un clima particolarmente propizio all’agricoltura e alla coltivazione degli alberi da frutto.
Aldo Gorfer ricorda che in questa parte del territorio si leggono ancora bene le tracce della passata e intensa colonizzazione agricola, nei profili dei terrazzamenti e nelle strade di campagna delimitate da lastre di granito non lavorate. Queste lastre, infisse nel terreno e tuttora visibili, fanno della stradina che collega l’antica chiesa di San Giacomo con il villaggio uno dei luoghi più affascinanti e suggestivi dell’intera provincia trentina. Iròn faceva parte della Comunità di Preòre fin dal XIII secolo.
Passeggiare lungo le anguste stradine selciate di Iròn è come fare un tuffo nel pieno Medioevo. Il piccolo borgo, a parte qualche restauro poco rispettoso, è rimasto pressoché immutato fin da quel lontano giorno del 1630 in cui la peste falcidiò l’intera popolazione, risparmiando – secondo la leggenda – un solo sopravvissuto.
Si racconta che quest’uomo, rifugiato sul dosso acustico detto Dos dei Copi (dove pare esistesse un cimitero), urlasse il proprio testamento affinché il notaio, appostato nella valle, potesse raccoglierlo. Passato il flagello che dimezzò la popolazione delle valli, il sopravvissuto avrebbe ripopolato la zona.
Una versione più tragica narra invece che, rimasto completamente solo, si tolse la vita gettandosi dal colle stesso.
Questa leggenda ha dato origine a numerosi racconti, tra cui quello della “cappella degli appestati”, un piccolo locale soprastante al volt – dove sono state rinvenute due croci incise sull’intonaco di una parete – che sarebbe stato utilizzato per pregare e celebrare le funzioni religiose durante la peste, quando la chiesa di San Giacomo era troppo lontana. Nell’attigua stanza, invece, venivano accatastati i cadaveri in attesa di sepoltura.
Un’altra credenza, ancora più suggestiva, vuole che nelle notti di vento violento che scende dalle cime soprastanti, gli spiriti degli appestati si aggirino attorno alle case del borgo.
Le abitazioni di Iròn si distinguono per i loro muri massicci quasi a contrafforte, le porte basse, i focolari in pietra e le possenti travi lignee poggiate su pietre di granito a sostegno di rustici portici o ballatoi chiusi da travi di legno.
In una di queste case si nota un incredibile volt: un profondo e basso andito sopra la cui antica porta annerita dal fumo è leggibile l’iscrizione Osteria/Al Pozzo. Appena all’esterno dell’arcata d’accesso al portico si erge un forte pilastro in legno che regge tuttora un ballatoio massiccio recante la data 1579. La presenza dell’osteria testimonia il passaggio di un’antica strada di mezza costa, usata per evitare le inondazioni del Sarca e collegare il Banale con le Giudicarie.
All’estremità occidentale del villaggio si trova la chiesetta dedicata a San Giacomo Maggiore, protettore dei pellegrini e dei viandanti. L’attuale struttura, datata 1768, è in realtà molto più antica e presenta un’abside rivolta a nord e l’ingresso a sud. Restaurata di recente, è visitabile e conserva frammenti di affreschi gotici: sull’arco santo un angelo benedicente e, lungo le pareti, volti di santi e un frammento di Crocifissione. Il nuovo altare ligneo è dedicato a Santa Caterina.
All’interno della chiesa è assai venerata la Madonna delle Grazie. Un tempo, il 25 marzo (giorno della sagra), giungevano qui fedeli da tutti i paesi vicini per recitare le mille Ave Maria per i defunti lungo la salita da Coltura – la stessa che oggi percorrono i visitatori – e festeggiare poi con balli sull’erba del pra del bal.
Fino a pochi anni fa, in una piccola conca prativa sotto la stradina, esisteva un suggestivo pozzo profondo ben 11 metri, un tempo dotato di pertica a bilanciere per attingere l’acqua piovana. Oggi è stato sostituito da una struttura con carrucola, ma rimane un raro esempio di raccolta d’acqua tradizionale nel Trentino occidentale. Per osservare altri pozzi simili ancora attivi bisogna recarsi ai prati di San Giovanni al Monte, nel Primiero (comune di Mezzano).
Attualmente il borgo di Iròn è abitato solo nella stagione calda dai proprietari dei rustici e dei terreni, che normalmente risiedono nelle frazioni di fondovalle.
DA VISITARE
Le architetture popolari e rurali di Ragoli e Preòre sono particolarmente suggestive: zoccoli di pietra e sovrastrutture lignee per il fieno e il grano caratterizzano i nuclei abitati, che, allineati lungo le vie, formano un insieme armonico dal forte carattere alpino. Tra case, chiese e castelli, si incontrano influssi bresciani, veronesi e trentini.
Tra i due paesi merita attenzione la chiesa cimiteriale dei SS. Giovita e Faustino – da non perdere le cancellate e le croci in ferro battuto – documentata nel 1240 ma certamente più antica. Rimaneggiata nel 1738 (come indicato sulla porta laterale in granito), conserva affreschi bascheniani del XV secolo.
Nel XIX secolo Ragoli era rinomata per le cave di marmo nero, utilizzato per chiese, colonne, altari, fontane e campanili. Oltre che nelle chiese locali (come a San Faustino), questo marmo, oggi quasi scomparso, si ritrova anche nella chiesa di San Nicolò a Padova e in diversi edifici di Vienna.
L'ITINERARIO
Accesso stradale
Coltura (m 602) è raggiungibile da Ponte Arche seguendo la strada per Tione, svoltando a destra in direzione “Ragoli”, quindi, sempre a destra, fino al punto di partenza. Oppure da Ponte Arche si sale a Stenico e, per la vecchia strada carrareccia, si raggiunge Coltura transitando per l’imbocco della Val d’Algone e il ponte del Lisagn.
Punto di partenza/arrivo
Coltura (m 602).
Percorso
Dall’ultima casa a est della frazione di Coltura si diparte un sentiero segnalato – senter dele Laste – che conduce a Iròn (m 872) passando per antichi terrazzamenti. La parte centrale del sentiero è abbastanza ripida, ma un corrimano aiuta nei tratti più faticosi. Splendida la vista panoramica sul lago di Ponte Pià, la Busa di Tione, i contrafforti del Brenta a settentrione e, a meridione, il monte Gavardina e Cima Sera.
Rientro: dalla stessa via.
Variante per il ritorno
Dalla parte orientale del villaggio di Iròn si scende per la stradina asfaltata contrassegnata dal segnavia n. 300 – ricalcando le orme del sentiero di San Vili – poi si prosegue su sentiero fino a incontrare la strada di collegamento Stenico-Ragoli. Si svolta a destra e la si segue fino al punto di partenza. In questo caso, calcolare complessivamente per l’intero itinerario circolare circa 2 ore.
Tempi
Andata: 50 minuti. Ritorno: 50 minuti.
[testo dal secondo volume di Fiorenzo Degasperi "Passeggiare, Trentino-Alto Adige. 35 semplici itinerari per grandi e piccoli", edizioni Curcu&Genovese, 2016]