"Sette volte bosco": Caterina Manfrini e una storia cruda nel Trentino della Grande Guerra
Il libro dell'autrice roveretana, segnalato dal premio Itas 2026 e presentato anche pochi giorni fa a Trento e a Denno, narra la vicenda di una donna che torna al maso nella valle di Terragnolo, dopo la deportazione, e si rende conto che, concludo il tragico conflitto, la sua famiglia, i confini, la lingua sono cambiati: le montagne non sono più le stesse, dilaniate dai bombardamenti
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È stato segnalato dalla giuria del premio Itas 2026 per la "Menzione speciale Trentino" il romanzo "Sette volte bosco" (Neri Pozza) della scrittrice trentina Caterina Manfrini, presentato la settimana scorsa anche alla libreria Erickson di Trento e in Biblioteca comunale di Denno.
Il libro, narra la vicenda di una donna sola, Adalina. Sta viaggiando su quel treno vecchio e cigolante da due giorni. Non ha nessuno accanto da stringere, consolare, sfamare. Ha soltanto una valigia stretta tra le gambe, fatta un po’ di legno e un po’ di cartone che si è quasi sciolto sotto il temporale.
Sta tornando da Mitterndorf, in Austria, dal campo profughi per gli abitanti del Tirolo meridionale inglobato nel fronte della Grande Guerra, dove ha trascorso l’ultimo, terribile anno e ha perso i genitori, stroncati dalla fatica e dal dispiacere.
Al campo, nei giorni durissimi spezzati solo dal lavoro alla fabbrica di scarpe, e nelle lunghe notti schiacciata tra i corpi degli altri disperati, solo due pensieri hanno tenuto in vita Adalina: il suo màs, il maso che la famiglia si tramanda da generazioni, ed Emiliano, il fratello partito soldato per un Impero che si è sbriciolato come un tozzo di pane, il fratello di cui non ha notizie da mesi e che è rimasto l’unico, ormai, a chiamarla con il nome che lei ama, Lina.
Tornata a casa, nella valle di Terragnolo, Lina si rende conto che non solo la sua famiglia, i confini, la lingua sono cambiati: le montagne e i boschi non sono più gli stessi, dilaniati dai bombardamenti, depredati e spogli. E il maso è in parte crollato, in parte annerito dai fuochi degli occupanti abusivi. Ma è ancora in piedi.
Adalina sa che la vita è fatta di tristi inverni così come di primavere rigogliose, e ora è giunto il tempo di ricominciare, di curare le ferite del corpo e dell’anima.
Anche per Emiliano, che tornerà dalla guerra e non deve pensare che Lina si sia mai arresa. Finché un giorno qualcosa cambia nella sua quotidianità così faticosamente riconquistata. Nel màs si è intrufolato un ragazzo: è un soldato, come Emiliano; parla tedesco, quello vero. E, proprio come Emiliano, anche lui ora si trova dalla parte sbagliata del confine.
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“Sette volte bosco, sette volte prato”: era la profezia secondo cui vivevano. La vita, insomma, era un cerchio. Tutto, alla fine, tornava come era stato, e niente di quello che avevano era dovuto. Ogni cosa cambiava, attraversava fasi e stagioni, tornava la stessa e ricominciava. Forse anche per Adalina le cose sarebbero ricominciate, ora che era di nuovo al màs.
Un romanzo d’esordio, sottolinea l'editore, crudo e poetico. Un tempo per morire e un tempo per guarire. Una terra contesa che si dibatte tra fragili confini e desiderio di appartenenza.
Caterina Manfrini è nata a Rovereto nel 1996. Ha conseguito gli studi in ambito antropologico in Danimarca e a Bologna.
La sua passione per le storie l’ha portata a Londra, dove ha ottenuto un master in scrittura creativa. Sette volte bosco è il suo primo romanzo.
«Le vicende dei protagonisti - ha spiegato in una intervista pubblicata nel sito dell'editore - sono frutto di fantasia.
Alcuni dettagli, però, sono ispirati a storie ricostruite tramite memorie familiari e ricerche sul territorio: tantissimi trentini, andando indietro di qualche generazione, troveranno tra i loro antenati profughi nell’Impero, chi nelle “città di legno”, come venivano chiamate Mitterndorf e Branau, chi in paesi della Boemia e della Moravia.
Tanti altri troveranno nonni, bisnonni e prozii impiegati come soldati austro-ungarici in Galizia e sulle cime delle montagne, dalle Dolomiti ai ghiacciai dell’Adamello. Rimettere insieme queste vicende, pezzettino dopo pezzettino, è un po’ come rimettere insieme un puzzle.
A me ha permesso di riscoprire le storie di una bisnonna, arrivata poco più che bambina a Mitterndorf, e di un bisnonno, mandato per più di due anni a combattere sull’Adamello e finito poi prigioniero in un campo in Italia.
È un percorso che ci può insegnare molto e che ci invita a riflettere, tra le molte cose, anche sulla fragilità dei confini, sui sensi di appartenenza delle comunità, e, più in generale, sulla resilienza umana di fronte agli avvenimenti più feroci. Alla luce dei grandi conflitti di oggi, credo che la storia possa essere non solo grande maestra di vita, ma anche di compassione».
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