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San Pancrazio a Campodenno: Prà del Marcià, testimone dei secoli

Passeggiare in Trentino, ecco un semplice ma ricchissimo percorso nella storia

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FIORENZO DEGASPERI


A monte del paese, a picco sul rio di Belasio e sulla val Selvata, si erge un dosso boscoso molto panoramico con al centro un’ampia radura. Non ci è dato sapere se nella preistoria qui sorgesse un castelliere retico ma la risposta potrebbe essere affermativa, visto il toponimo locale: Castellaccio o Dos del Droneg.

Di sicuro c’è il ritrovamento di un piccolo gruppo di statue di bronzo, alte un palmo e mezzo circa, tra le quali si riconosce un Apollo, e di un altare, un’ara d’epoca romana. Forse per via di queste antiche frequentazioni pagane la cristianizzazione arrivò anche quassù, al cospetto del Monte Corno, per innalzarvi una chiesetta.

La dedica è ad uno dei più antichi martiri italiani, quel San Pancrazio, o Pangrazio, martirizzato all’età di quattordici anni a Roma il 12 maggio 304 – era nato nell’anno 289 a Sinnada, in Frigia –, sotto l’imperatore Diocleziano.

Oltre ad essere venerato come santo anche dalla Chiesa ortodossa, il “soldato della fede” San Pancrazio fa parte dei cosiddetti Santi di ghiaccio (Eismander o Eisheilige), assieme a San Mamerto (11 maggio), San Servazio (13 maggio) e San Bonifacio di Tarso (14 maggio).

Nelle notti fra l’11 e il 15 maggio i contadini tradizionalmente vegliavano e scrutavano il cielo: la coltre di nubi avrebbe impedito un brusco calo della temperatura mentre il cielo terso avrebbe portato irrimediabilmente ad una gelata: Pancrazi, Servazi und Bonifazi sind drei frostige Bazi, und zum Schluss fehlt nie die kalte Sofie.

Per una terra vocata all’agricoltura questo è uno dei santi più importanti. C’era un altro validissimo motivo per dedicare questa chiesa alpestre a San Pancrazio.

Il Santo è invocato contro i crampi e il mal di testa ma, soprattutto, è chiamato in causa contro le false testimonianze. E qui, nella radura antistante, da tempi immemorabili si teneva un mercato che richiamava i contadini dai villaggi vicini.

Vi si stipulavano contratti e promesse, vendite e acquisti e tutto cadeva sotto l’egida della “parola data”, dell’importanza e del valore della parola che rendeva validi i contratti verbali. Inoltre, se invocato, poteva smascherare gli imbroglioni. Si portava l’imputato al cospetto dell’altare e se questi moriva fulminato significava che era colpevole.

In Trentino di questo antico culto non si trova traccia se non in questa chiesetta abbarbicata sul dosso e recentemente restaurata.

Prà del marcià si chiama ancor oggi questo magico luogo, il prato del mercato, ed era in uso fino al Settecento, anche se abbiamo testimonianze, seppur sporadiche, che qui fino al Novecento veniva venduta perfino la seta prodotta dalla famiglia De Oliva.

Da qui transitava una delle antiche strade di collegamento che portavano al Santuario di Madonna di Campiglio, collegando la valle con la val Rendena e il bresciano. In una nota del 1449 si ricorda che l’eremita Romerio di S. Pangrazio doveva pagare ogni anno uno staro di vino all’ospitale di S. Maria di Campiglio, quale legato della signora Pugneta de Enno.

Un’altra via si dirigeva verso Andalo toccando Castel Spor. E non è un caso che qui sorgesse un piccolo romitorio, sorvegliato da un eremita ma che accoglieva e dava ospitalità anche ai viandanti. Nei pressi si trova ancora una lovara, una fossa circolare irrobustita da pietre che serviva per la cattura degli orsi e dei lupi.

La popolazione saliva alla chiesa di San Pancrazio in processione in due date, quella del 12 maggio, festa del Santo, ed il 16 agosto, ricorrenza di San Rocco. Quest’ultima devozione era la conseguenza di un voto espresso dalla comunità dopo la peste del 1630/31. Ancor oggi, come da tradizione, i discendenti della famiglia De Oliva provvedono a rifocillare i pellegrini che salgono fin quassù il giorno del Santo.

La chiesa che noi oggi vediamo è frutto di ripetuti restauri: il primo, del 1831, realizzato grazie alla famiglia De Oliva, e il più recente a cura della Provincia Autonoma di Trento e del Comune di Campodenno.

La chiesa è ad aula unica con facciata a capanna e rosone. Suggestiva la croce di pietra che spicca sulla chiave di volta. L’aula presenta volta a botte e abside sopraelevata di un gradino.

Le pitture sono del Novecento ma nell’abside è appeso un dipinto settecento raffigurante la Madonna con Bambino, San Pancrazio e altri santi. Nei pressi sono stati rimessi a nuovo anche gli ambiti abitativi dell’eremita.

L’intera area è stata attrezzata per picnic. Oggi il luogo si trova sul percorso circolare Jacopeo della valle di Non, il quale tocca i più importanti paesi, chiese, castelli e palazzi dell’Anaunia.

[testo dal secondo volume di Fiorenzo Degasperi "Passeggiare, Trentino-Alto Adige. 35 semplici itinerari per grandi e piccoli", edizioni Curcu&Genovese, 2016]

 













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