Santo Stefano a Carisolo: sulle tracce di Carlo Magno ballando con i morti
A poche centinaia di metri dalla chiesa di San Vigilio, famosa per l’affresco dove la gente balla e il cavalier servente è la Morte, un altro luogo di culto, dedicato a Santo Stefano, presenta una splendida Danza Macabra che non ha niente da invidiare all'altra
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In località Sorano, a nord di Pinzolo, poche centinaia di metri prima del ponte che scavalca il Noce a Carisolo, sorge la chiesa cimiteriale di San Vigilio.
È famosa in tutta Europa per via dell’affresco che impreziosisce una lunga fascia di sottogronda, sulla parete meridionale, che narra di un corteo dove la gente balla. Soltanto che il cavalier servente è la Morte.
È la famosa Danza Macabra, tema di provenienza nordica – la più antica è quella di Minden in Westfalia del 1382 – diffusa in Francia e nella penisola Iberica. In Italia è un tema assai inconsueto. Oltre a questa è famosa quella dipinta sulle pareti dell’Oratorio dei Disciplini a Clusone, nel bergamasco.
Ma non molti sanno che a poche centinaia di metri dalla chiesa di San Vigilio un’altra chiesa, dedicata a Santo Stefano, presenta – tra le tante ricchezze interne ed esterne – una splendida Danza Macabra che non ha niente da invidiare a quella sottostante.
La chiesa ha origini antichissime. Si pensa che qui ci fosse un castelliere preistorico retico. Di sicuro nell’alto medioevo s’innalzava una torre o un piccolo castello. Nomi come Sot Castel, fontana del Castel, Prà del Castel, Mas del Castel stanno indubbiamente a indicare una sua presenza.
Una leggenda narra poi che tale castello fu distrutto per mano di Carlo Magno, il quale transitò da qui, proveniente da nord e diretto a Bergamo. Anche qui i toponimi come Passo Carlo Magno e i numerosi affreschi che lo rappresentano, sparsi nelle chiese di Val di Sole, Val Rendena e Val Camonica, sono più tracce realistiche che ipotesi leggendarie.
All’interno della stessa chiesa di Santo Stefano troviamo un grande affresco che rappresenta il battesimo di un catecumeno da parte di papa Urbano I: sulla sinistra troviamo Carlo Magno con la corona imperiale, circondato da sette vescovi e da soldati in arme, e ancora una lunga teoria di vescovi col pastorale e una schiera di catecumeni. Sotto l’affresco una lunga scritta narra tutto questo.
Infatti si racconta che prima di arrivare a Pinzolo Carlo Magno vide una chiesetta isolata su uno spuntone di roccia, vi si diresse e vi lasciò un documento con il racconto delle sue imprese. Documento diventato scrittura e affresco.
Ma ritorniamo alla nostra Danza Macabra. Verso la fine del medioevo la già precaria vita della popolazione subisce un duro colpo. Tra guerre e carestie endemiche si fa strada la peste, accomunando nella morte ricchi e poveri, religiosi e laici. Si moltiplicano le chiese cimiteriali, luoghi della tristezza e della malinconia, dove solo il silenzio e i rintocchi delle campane scandiscono il trascorrere del tempo. Qui, lungo i muri, attraverso l’arte, la morte trova la propria rivincita sulla vita.
Dalla tradizione nordica arrivarono anche in questo lembo apparentemente isolato del Trentino le Totentanz, le Danze Macabre. E se le piazze sono troppo vuote per rappresentare il rito del trionfo della Morte, ci penseranno gli artisti, in questo caso Simone Baschenis, a cantare con il colore gli inni all’effimera vita.
Così, vicino alle storie di Santo Stefano, un corteo si dilunga per la parete meridionale: apre questa strana processione danzante la Morte, seguita, nell’ultima fascia in basso, dai Sette Peccati Capitali o Ballo del Diavolo. Un corteo cupo di attristati che sfilano davanti a un ipotetico spettatore, nella consapevolezza che niente può sfuggire alla morte. All’intera storia sono accostate diciture in carattere gotico, sebbene non famose quanto quelle che qui riportiamo e che accompagnano il corteo della chiesa sottostante di San Vigilio a Pinzolo.
La severità del luogo in cui sorge Santo Stefano, una rupe granitica a picco sulle impetuose acque del torrente Noce, aumenta l’aspetto scenografico di questa danza macabra. Salendo dal basso, si nota un sentierino che in pochi metri ci conduce su un picco roccioso dove si stagliano tre grandi croci lignee. È il Golgota: tuttora salgono da Carisolo i fedeli in processione a ricordo di chi è morto per salvare, se non l’uomo, almeno l’anima.
La chiesa, di stile gotico come ora noi la vediamo, è frutto di diversi rimaneggiamenti che hanno modificato anche l’orientamento, da est a sud, non ultimo quello del 1454; accoglie al proprio interno una vera e propria galleria d’arte, dipinta sempre dalla famiglia Baschenis. Di particolare interesse sono gli affreschi dei Profeti (fra i quali si riconosce Daniele) e dei Re di Israele.
Sulla parete di sinistra si può ammirare un affresco che rappresenta la Madonna con il Bambino, dai lineamenti molto fini e delicati che ricordano la pittura rinascimentale. La parete destra presenta tre fasce di affreschi: in alto l’Ultima Cena, sotto una schiera di Santi, e più in basso ancora un piccolo Gesù Bambino.
L’Ultima Cena, tipica dei Baschenis, ha elementi che si ripetono in diverse altre opere di questi pittori in chiese sia del Trentino che del Bergamasco. La prospettiva è ancora primitiva e rudimentale: tutti gli apostoli siedono da un lato della tavola, coperta da una tovaglia bianca e da cibi simbolici. Singolare è qui la presenza di un personaggio in più: vi sono dodici persone a tavola più una figura in primo piano che riceve la comunione dal Cristo. Questa figura è presumibilmente Giuda Iscariota.
DA VISITARE
Per chi ha buone gambe e voglia di compiere un’escursione un po’ più impegnativa consigliamo di recarsi nello spettacolare eremo di San Martino, un puntino bianco visibile da tutta l’alta Val Rendena, che appare sulle dirupate pareti che scendono dalla Cima Lancia verso il fondovalle.
Il sentiero n. 228 inizia poco sopra la chiesa di Santo Stefano e risale una gola scavalcando la suggestiva cascata del “Re”. Alcuni tratti scivolosi del sentiero sono provvisti di cordino. L’eremo, ricordato fin dal 1312, fu abitato da un eremita fino al 1850. Si narra che, durante il medioevo, un eremita fu nutrito quotidianamente da un orso che gli portava una focaccia. Un’ora la salita con un dislivello di m 426.
ITINERARIO
Accesso stradale
Carisolo (m 800) si raggiunge risalendo la Val Rendena per chi proviene da Tione, dal basso Sarca o da Trento. Attraverso la Val di Non, di Sole e Passo Carlo Magno per chi proviene dalla parte settentrionale della provincia di Trento.
Punto di partenza/arrivo: Carisolo (m 800).
Percorso
Il nostro itinerario inizia dalla piazza del piccolo centro turistico dell’alta Val Rendena. Qui si trovano le indicazioni per la “Chiesa di Santo Stefano”. Una Via Crucis fa da guida e scandisce il tempo del percorso, salendo lentamente e inoltrandosi per strada selciata in un folto bosco ove gli squarci nella vegetazione ci permettono di ammirare all’orizzonte i ghiacciai delle Lobbie, gruppo dell’Adamello. Stiamo entrando infatti nella magica Val di Genova.
Rientro: dalla stessa, oppure salendo per stradina forestale per qualche centinaio di metri fino a incontrare la strada asfaltata che collega Carisolo con il fondovalle della Val di Genova. Si piega quindi a destra scendendo fino al paese.
Tempi
Poco più di 30 minuti la salita, lo stesso tempo per la discesa. Circa 20 minuti in più se si decide di compiere il giro circolare (sconsigliato d’estate quando il traffico automobilistico è, letteralmente, asfissiante).
Dislivello
Nemmeno un centinaio di metri.
[testo tratto dal secondo volume di Fiorenzo Degasperi "Passeggiare, Trentino-Alto Adige. 35 semplici itinerari per grandi e piccoli", edizioni Curcu&Genovese, 2016]