ITINERARI

Al lago di Santa Colomba, storia e natura tra canope e antichi sentieri

Da Montevaccino (Trento) all'idilliaco bacino di montagna a cavallo fra Civezzano e Albiano, toccando altri luoghi pittoreschi e originali, come il biotopo Le Grave, che ospità rarità come i “pini bonsai”, le orchidee e il gladiolo di palude, la ninfea e l’utricolaria

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FIORENZO DEGASPERI


Il nostro percorso nella natura idilliaca ci porterà vicino alla città di Trento, effettuabile quasi tutto l’anno. Nello stesso tempo è un tuffo nella storia, girovagando in una montagna forse più famosa nel medioevo che non oggi: il monte Calisio.

Sul monte Calisio, o Calisberg del codice vanghiano (1208-1213), o monte Argentario (dizione colta settecentesca), c’era così tanto argento da far dire al frate domenicano Bartolomeo da Trento (XIII secolo) “i monti mi danno l’argento e il nome di Trento”, in riferimento ai tre colli che circondano la città.

Forse una leggenda, ma sono così tante e così intrecciate con la realtà che questo lembo di terra così vicino alla città, e nonostante tutto così poco conosciuto, offre a chi sa ascoltare una ricchezza inusuale.

D’altronde è con l’attività mineraria che la città si arricchisce e lo dimostra una delle prime regolamentazioni volute dal principe vescovo Federico Vanga, autore del Codice minerario più antico d’Europa.

I canopi arrivarono qui da molti luoghi del Vecchio continente, talvolta mescolandosi e confondendosi con la popolazione locale, e le loro tracce sono rimaste nei nomi ancor oggi esistenti dei Mayr, Proner, Pauernfeint, Lamber, Sumptach italianizzato in Sontacchi (a Gardolo di Mezzo).

Salendo verso il Monte della Vacca, il Montem Vache (1247) o Montevaccino, il nostro punto di partenza, diversi pozzi – se ne contano più di 160 nei dintorni – narrano storie ormai dimenticate: la Busa del Corno, così detta per la quantità di bestiame che ha inghiottito nel tempo, i pozzi della vicina area di Pralungo, del Doss Comun, del Pra Grant, la Busa del Porcèl, la Busa dei Nòdoi, da nottola, pipistrello, la cui presenza tappezza ancor oggi le volte dell’antro.

La tradizione popolare vuole che i cadini e le buse fossero tutti collegati tra loro, creando subito sotto la superficie un parallelo mondo viario. Due mondi convivevano, uno sotto e uno sopra, e soltanto i canopi potevano entrarvi ed uscirne.

Nella seconda metà del XVI secolo Innocenzo a Prato scriveva: deviando verso destra per la via che è detta Rossa, si va alla volta del Monte della Vacca, famoso un tempo detto il Castel per le miniere d’oro e d’argento, la profondità delle quali è tale al punto che tu reputi quelle essere l’accesso agli Inferi.

La Busa del Corno era collegata con la Busa del Pomàr, dal cui imbocco dista più di 2 km in linea d’aria. Addirittura si dice che queste due fossero collegate con le miniere del lago di Santa Colomba.

Si racconta che in passato si poteva percorrere l’intero altopiano del Calisio attraverso il fitto reticolo delle gallerie che ne esplorava le viscere, partendo da Meano ed emergendo a Santa Colomba.

Da queste vie sotterranee potevano uscire i diavoli in qualsiasi momento. Un mulino che sorgeva presso un pozzo minerario detto San Giovanni al Monte della Vacca veniva chiamato Molino del Diavolo (località Molin del Diàol) nella valle sotto i masi di Valcalda.

Oppure era il Patàn, il terribile cacciatore selvaggio, il quale transitava soltanto di notte tra Montevaccino e Cortesano e guai a chi avesse osato alzare la voce per pretendere un po’ della sua caccia.

Quelli dei Masi Saracini si rivolsero più di una volta al Vescovo e questi suggerì di gridare, alla sua apparizione, la seguente frase: “Se no te fussi en mez a riffo e raffo, te vederessi ben quel che te fazzo!”. Da quel momento non si fece più vedere, sparì nei meandri sotterranei.

Anche l’aspetto naturalistico non è da sottovalutare.

Al biotopo Le Grave (foto qui sotto) troviamo rarità botaniche e faunistiche. Tra queste, segnaliamo i “pini bonsai”, le orchidee di palude, lo splendido gladiolo di palude (Gladiolus palustris), la ninfea (Nymphaea alba) e l’utricolaria (Utricularia minor), una pianta insettivora che vive completamente sommersa.

Il termine dialettale “grave”, con tutte le sue varianti locali, indica attualmente un ghiaione, un cumulo di ghiaia oppure un luogo ove si scaricano ghiaia o sassi.

La porzione del Doss Le Grave inclusa nel biotopo si presenta proprio costituita da una gran quantità di ghiaia di porfido che conferisce al territorio un aspetto semidesertico molto affascinante.

L’origine di questo particolare ambiente è legata all’attività umana: l’imponente accumulo di ghiaia e sassi è infatti costituito da materiale di scarto derivante dall’attività estrattiva dell’argento che, negli anni dal 1000 al 1500 circa, ha interessato tutto l’altopiano del Calisio-Argentario.

Poco a nord del biotopo Le Grave si trova un altro interessante biotopo, quello del Monte Barco.

Anche il lago di Santa Colomba merita di essere percorso in tutta la sua circonferenza. Vi troviamo molte specie di pesci, di uccelli acquatici, nonché di serpenti d’acqua. In tarda primavera è interessato da un strano fenomeno: migliaia di rane femmine con il maschio, molto più piccolo, collocato sul dorso, escono dai boschi per dirigersi nelle acque del lago per depositarvi le uova. Uno spettacolo della natura da non perdere.

ITINERARIO

Accesso stradale

Il lago di Santa Colomba (925 m s.l.m.) è raggiungibile in auto da Civezzano (nel Perginese) o da Albiano (inizio Val di Cembra, versante sinistro dell’Avisio).

Il punto di partenza scelto è Montevaccino di sopra (740 m s.l.m.), raggiungibile da Trento prendendo la strada per Martignano e poi svoltando a sinistra.

Punto di partenza/arrivo

Parcheggio presso la chiesa di San Leonardo a Montevaccino di sopra.

Percorso

Dal parcheggio si prosegue lungo la stradina asfaltata che attraversa la frazione, quindi si svolta a destra seguendo il segnavia n. 430. Dopo poche centinaia di metri si gira a sinistra con il segnavia n. 420, infine si segue il n. 421 fino alla meta. Il rientro avviene per lo stesso percorso.

Tempi

2 ore per l’andata, 2 ore per il ritorno.

Dislivello

Circa 200 metri.













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