«I miei racconti di migranti trentini ci ricordano che l’umanità ha sempre viaggiato»
Conversazione con il noto scrittore Mauro Neri che ha pubblicato da poco il libro “Terre promesse. Piccole storie di chi partì guardandosi indietro", che sarà presentato anche il prossimo 24 giugno, in Biblioteca a Roncegno. Dodici storie di persone che, come gli immigrati di oggi, in altre epoche lasciarono la propria terra per cercare lavoro e un futuro migliore per sé e la famiglia
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Uno sguardo puntato avanti, al futuro, con speranza e coraggio, e un altro che, inevitabilmente, non può dimenticare ciò che si lascia alle spalle. Le “Terre promesse” narrate dallo scrittore-giornalista trentino Mauro Neri nel suo ultimo libro, con prefazione di Franco Sandri, appena pubblicato da Athesia, sono uno spazio geografico e interiore che si gioca tra due poli, nella dialettica aperta tra partire e lasciare, andare e tornare, presi dalla nostalgia di casa, e poi ripartire ancora.
Narratore e custode di leggende e tradizioni trentine, autore di fiabe, racconti e romanzi, saggi storici e poesie, con questo lavoro Mauro Neri ci racconta “Piccole storie di chi partì guardandosi indietro”, mettendo in risalto, come evidenzia Sandri, “anfratti del Trentino sconosciuti ai più, con dentro piccole storie a rischio di scomparire”, quelle di chi è partito da Faedo, da Ischia di Pergine Valsugana, da Olle (Borgo Valsugana), Predazzo, Palù del Fersina, Pinzolo, Roncegno Terme, Rango, Campo Lomaso e Sabbionara d’Avio.
Contadini, muratori, krumeri, taglialegna e domestiche sono i protagonisti di dodici storie in cui l’autore delinea un preciso tracciato narrativo: la “cronaca”, documentata e documentabile, e l'"intorno” delle sue riflessioni sulle vicende storiche, sociali, familiari, personali narrate.
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Mauro Neri, le Terre promesse del titolo cosa rappresentano?
Sono i sogni di chi non vedeva più vie per uscire da una povertà endemica per la sua famiglia, e tentava di dare una svolta alla propria sorte vendendo tutte le proprietà per affrontare un lungo viaggio e un difficoltoso inserimento in un ambiente nuovo.
Le Terre promesse erano il sogno di chi era disposto ad accettare ogni lavoro, anche il più umile o il più pericoloso, pur di avere una seconda possibilità. Molti ce l’hanno fatta, molti altri sono andati incontro al fallimento.
Da dove è nata l’esigenza di recuperare questa parte della storia trentina?
L’umanità ha sempre viaggiato, mescolandosi in culture e lingue diverse, in usi e costumi, in dialetti impossibili, un po’ quello che accade oggi per le famiglie che fuggono da paesi poveri e vedono la Terra Promessa nella nostra terra “ricca”, alle prese con gli stessi problemi incontrati oltreoceano dai nostri bisnonni, nonni e padri.
I dodici racconti sono un richiamo a considerare il migrante come persona che porta novità e una cultura che può arricchire la nostra.
In ogni famiglia trentina o quasi c’è una storia di emigrazione: come ha condotto le sue ricerche?
Il libro è il risultato di una serie di coincidenze oggi messe finalmente a frutto: mi sono occupato del fenomeno migratorio in una redazione (Vita Trentina, ndr) sensibile al tema e la seconda fortuna è aver conosciuto il compianto Angelo Franchini, vero e proprio “cacciatore” di cenotafi, i monumenti funebri che ricordano persone decedute lontano dal loro paese. Lui cercava quelli oggi presenti in molti e piccoli cimiteri trentini che ricordano, appunto, emigrati morti lontano dal paese d’origine, e ne avevamo selezionati 52.
All’epoca, nel 1995, seguivo l’ufficio emigrazione come giornalista dell'ufficio stampa della Provincia e curai l’edizione del libro “Storie di Pietra”: ogni scheda era formata da una fotografia della stele, una breve scheda di Angelo e una mia poesia.
Il libro venne pubblicato nelle cinque lingue straniere dei Paesi in cui ancor oggi ci sono emigrati trentini ed è da quelle pagine e da quelle liriche che nascono alcuni dei racconti di Terre promesse.
Lei parla al plurale di emigrazioni, interne ed estere, oltreoceano, e racconta le storie di chi è andato in Polonia, in Belgio, in Transilvania, in America, in Brasile, in Cile.
Ognuno dei dodici capitoli ha il suo “colore”: volevo proporre un arcobaleno di emozioni e conoscenze diversificate.
C’è il padre che incita i figli a non aver paura di affrontare i viaggi della speranza, c’è il contadino che, invece, decide di rimanere attaccato alla sua valle, al suo paese, ai suoi cari, rinunciando a un futuro probabilmente migliore e c’è la giovane ragazza che deve rinunciare all’affetto del suo amore. Scelte tutte da rispettare, e da conoscere.
C’è anche la storia di suo nonno Pietro Neri, tipografo e proto al Resto del Carlino, scappato da Bologna per fuggire dai fascisti, arrivando a Trento nel 1935 e trovando lavoro alla Sloi.
Già. Questo forse è stato il racconto più difficile da scrivere, anche perché il mio ricordo di nonno Pietro risale a quando avevo cinque anni e quindi è sminuzzato in una serie a volte imprecisa di figure e avvenimenti, ma si trattò di momenti molto importanti, ancora oggi ricordo le immagini di piccoli animali che si ostinava a disegnarmi nonostante il Parkinson rendesse quelle piccole “opere d’arte” tremolanti.
Raccontare il nonno in questo libro ha avuto quasi un effetto catartico e oggi mi pare di poter finalmente ricordare Pietro con un sorriso grato.
Mauro Neri, Terre promesse. Piccole storie di chi partì guardandosi indietro, prefazione di Franco Sandri, Athesia, pp. 240, ill. , 2026, 18 euro In copertina, Cile 1960, Fondazione Museo Storico del Trentino, Fondo Piergiorgio Tonolli.
📝 Questa intervista è stata pubblicata originariamente sul quotidiano l'Adige del l'8 maggio scorso
🗓️ Fra le prossime presentazioni del libro, l'incontro in programma il 24 giugno, alle 20, a Roncegno, a cura della Biblioteca comunale e della Piccola Libreria di Levico.
📖 QUI LA PREFAZIONE COMPLETA E UN ESTRATTO DAL LIBRO