IL LIBRO

"Cesta gerla fagotto", Rosanna Cavallini e la storia delle donne in cammino

La scrittrice trentina già apprezzata per "Le Maestre" esplora l’universo dell’ambulantato e di altre migrazioni femminili, attraverso ricerche storiche, testimonianze dirette e racconti di vita: un fenomeno di partenze stagionali che ha segnato profondamente la storia sociale di molte comunità

LIBRO Fiorenzo Degasperi indaga il legame fra le nostre comunità e il bosco



Dopo il volume "Le Maestre", Rosanna Cavallini torna a raccontare le vite e i mestieri delle donne del passato con "Cesta Gerla Fagotto. Piccole storie di donne in cammino", sempre per i tipi della casa editrice Athesia. Questo nuovo libro esplora l’universo dell’ambulantato femminile, un mondo fatto di fatica, ingegno e indipendenza.

L’opera, pubblicata a fine 2025 e oggetto di presentazioni anche in queste settimane (lo scorso 15 aprile a Vigolo Vattaro), distingue tra le donne che praticavano l’ambulantato fuori porta, vendendo merci lungo le strade, e quelle che, invece, si spostavano per offrire la propria forza lavoro.

Cioè le balie, ad esempio, non commerciavano beni, ma mettevano a disposizione il proprio corpo e le proprie capacità, diventando parte di un fenomeno di emigrazione stagionale che ha segnato profondamente la storia sociale di molte comunità.

Attraverso ricerche storiche, testimonianze dirette e racconti di vita, "Cesta Gerla Fagotto" restituisce voce a queste donne in cammino, capaci di trasformare il bisogno in opportunità. Con una narrazione attenta e coinvolgente, il libro non è solo un omaggio al lavoro ambulante femminile, ma anche un prezioso tassello della memoria collettiva.

Scrive Fiorenzo Degasperi nella prefazione: «Alcuni e alcune scendevano dai masi della Valle dei Mòcheni, altri e altre chiudevano dietro di sé l’uscio della propria casa tesina, altri e altre ancora lasciavano i propri cari nelle ciase (ceda, cesa) del Bellunese.

Valli diverse, lingue e dialetti tra loro differenti: chi parlava il mòcheno, chi il dialetto trentino nella sua variante orientale, chi ancora il ladino. Li accomunava il viaggio, l’essere ambulanti, il dover andare per guadagnare e per sopravvivere.

Portavano con sé le più disparate mercanzie da vendere. Inizialmente, intorno al 1760, i cromeri mòcheni si recavano in Boemia per acquistare immagini sacre dipinte e sotto vetro, che poi rivendevano in Ungheria, Polonia e Transilvania.

Poi il loro commercio si diversificò e iniziarono a vendere anche mercerie, stoffe, santini, lame per la falce e tutto quanto potesse essere trasportato con la kraizera, strumento fondamentale, una sorta di zaino in legno su cui era sistemata una cassetta con vari scomparti dove veniva riposta la merce.

Sui sentieri per i masi isolati di montagna incontravano altri Tiroler Wanderhändler, mercanti tirolesi: i venditori di statuette religiose e di utensili per la cucina e il lavoro provenienti dalla Val Gardena, i valenti intagliatori di giocattoli e decoratori di mobilio della Val di Fassa, i venditori di tappeti della Defereggental, gli esperti creatori di guanti della Zillertal, i clomeri della Stubaital che trasportavano faticosamente la ferramenta e altro; incrociavano infine i bambini venostani – gli Schwabenkinder –, che andavano a lavorare in Svevia.

Erano uomini, donne e bambini eredi di quei commercianti viaggiatori già noti ai tempi della cultura di Hallstatt (1200 a.C. – 500 a.C.) e dei romani: basti pensare all’intenso traffico della Via Claudia Augusta Altinate, collegamento

tra l’Adriatico e Augusta, in Baviera, che scavalcava le Alpi e creava una cerniera tra il mondo nordico e quello mediterraneo.

I clomeri e i Wanderhändler erano i protagonisti di micro-commerci che si affiancavano a quelli transnazionali condotti da ebrei, siriani, veneziani, anglosassoni del nord, frisoni, scandinavi, slavi e franchi.

Erano in viaggio per la maggior parte dell’anno e tornavano a casa solo in autunno; qualcuno però trascorreva anche l’inverno all’estero, nei villaggi per via. Valanghe, tempeste, temperature rigide o Un anziano venditore ambulante con il suo carico di merce roventi, mulattiere in balìa delle frane e delle esondazioni non fermavano il loro lento ma inesorabile passo.

Frequentavano le fiere locali ma preferivano avventurarsi in terre lontane e vendere là i loro prodotti di persona, inerpicandosi su sentieri e sfidando talvolta le numerose regolamentazioni imposte dalle autorità.

Pensiamo ai decreti emanati da Maria Teresa d’Austria nel 1751 che limitavano le attività dei venditori ambulanti stranieri pur permettendo che commerciassero in arance, limoni, uva, melograni, fichi, mandorle, ostriche, tartarughe, pesce salato, rosmarino, capperi intrecciati, piatti, cesti, trappole per topi, penne d’oca, scatole, setacci e beni in legno per vari scopi, purché fossero in grado di esibire i necessari permessi di venditore ambulante.

Tutto un mondo in movimento quindi, noncurante dei confini così come lo erano i fedeli che in pellegrinaggio si spostavano di valle in valle e di nazione in nazione.

Sono loro i primi fautori di un nazionalismo alla rovescia che trasforma il territorio in un luogo da conoscere, da frequentare e con cui interagire, nella consapevolezza che è possibile comprendere il mondo – che non è un oggetto muto – solo quando lo si avvicina e quando si scavalcano le frontiere che si interpongono fra sé e ciò che sta al di là.

Questi uomini e queste donne consideravano il confine come uno spazio e non solo come una linea divisoria.

E nemmeno la lingua era un ostacolo: il superamento della barriera linguistica veniva considerato una possibilità di arricchimento per svolgere al meglio e in maniera pro duttiva il proprio lavoro.

Perché fin dai tempi antichi, il commercio ha rappresentato molto più di un semplice scambio di beni e servizi: è sempre stato un potente motore di interazione umana, un veicolo di idee, culture e innovazioni.

Il commercio ha permesso alle società di superare i limiti geografici e politici, creando connessioni tra persone e comunità situate in diverse parti delle Alpi».

Qui la prefazione completa e le prime pagine del libro.

Rosanna Cavallini nasce a Riva del Garda. È diplomata all’Istituto statale d’arte di Trento e al Magistero artistico di Venezia. Dal 1991 collabora con il Museo degli usi e costumi della gente trentina per il quale progetta l’allestimento di alcune sezioni espositive.

Nel 1997 riceve il titolo di conservatrice onoraria del Museo. Nel 2008 a Olle di Borgo Valsugana inaugura Casa Andriollo, spazio dedicato ai “Saperi femminili”.

Rosanna Cavallini, "Cesta Gerla Fagotto. Piccole storie di donne in cammino", Athesia, 216 pagine, 18 euro.













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