ITINERARI

La magia del lago delle buse e i silenziosi larici del Lagorai

Dal passo Manghen un suggestivo percorso fra storia e leggenda, sulle tracce dei cacciatori mesolitici, che furono i primi a tracciare i percorsi che dal fondovalle risalivano le dorsali, superavano i valichi, s'inerpicavano sui lastroni porfirici per poi accamparsi vicino alle acque

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FIORENZO DEGASPERI


Tra gli innumerevoli laghi e i monti ricchi di fauna, i cacciatori mesolitici hanno frequentato stagionalmente tutta la catena del Lagorai e sicuramente è da attribuire a loro la salita di molte cime, rincorrendo la selvaggina: camosci, caprioli, cervi, stambecchi, lontre, marmotte, ecc.

Sempre loro sono stati i primi a tracciare i percorsi che dal fondovalle risalivano le dorsali, superavano i valichi, s'inerpicavano sui lastroni porfirici per poi accamparsi presso gli innumerevoli laghetti, creando bivacchi estivi in cui lavoravano le prede.

Anche qui, al lago delle Buse, sono state trovate innumerevoli tracce del loro passaggio: selci, raschiatoi, manufatti litici, frustoli carboniosi a testimonianza dei fuochi notturni, prodotti di scarto della preparazione di armature microlitiche e frammenti delle medesime che sono indizi della presenza di officine litiche.

Nel corso degli anni si sono scavati ben tre siti, a dimostrazione di una notevole e non episodica frequentazione. Alcuni anni fa l'Ecomuseo dell'Argentario, sfruttando l'antico tracciato utilizzato dai cacciatori mesolitici che partivano dagli insediamenti del fondovalle, ha pensato di collegare il Riparo Gaban, presso la località Piazzina di Martignano, con il lago delle Buse, toccando i vari siti archeologici che s'incontrano nel percorso.

Il logo è un arco, la denominazione è quella del "Mesotrekking", ovvero un itinerario di cinquanta chilometri che si compie a tappe e che ripercorre una delle vie che si ritiene fosse frequentata dai cacciatori nomadi preistorici (circa 10.000 anni fa), i quali si spostavano in piccoli gruppi familiari dalla valle dell'Adige fin sulle terre alte del Lagorai, vivendo della caccia e della raccolta di piccoli frutti e tuberi.

Il percorso verso il lago è famoso anche per un altro motivo: è totalmente immerso in un bosco di larici. Il larice è un albero strano. È una conifera e ne possiede tutte le caratteristiche, ma i suoi aghi non sono sempre di colore verde scuro come quelli del pino o dell'abete, atti ad assorbire il massimo d'energia solare alle alte latitudini o nella fitta ombra delle foreste.

In autunno ingialliscono e cadono come le foglie degli alberi latifoglie. E quando in primavera il larice comincia a destarsi dal sonno invernale, è facile distinguere intorno ai suoi rami, rivestiti di teneri sottilissimi aghi, un tessuto che richiama il velo da sposa.

Sicuramente per questo c'è una motivazione scientifica, ma noi preferiamo far risalire questa proprietà a una leggenda che dà una spiegazione del perché i larici, in autunno, diventano dorati, incendiando le foreste.

Bisogna risalire alle nozze di Merisana, un'ondina che abitava lungo il Ru de ra Vèrgines, il Torrente delle Vergini, nella Val Costeana, valle che scende da Falzarègo verso Cortina.

D'estate, sul mezzogiorno, usciva volentieri dall'acqua e trascorreva il tempo a passeggiare sul Col de la Merisana.

E come capita nelle migliori storie, passò di lì il Re dei Raggi, potente signore dell'Antelao: quando la vide s'innamorò. Dopo ripetute schermaglie vennero fissate le nozze, a mezzogiorno. Le piante promisero che avrebbero fatto sbocciare i loro fiori più belli e gli uomini e gli animali li avrebbero raccolti per portarli a lei.

Nel giorno delle nozze v'era una quantità così smisurata di mazzi di fiori che Merisana e le sue donne non sapevano più dove metterli.

Allora due nani, venuti dal bosco Amarida, dissero che con tante fronde e tanti fiori si poteva fare un albero: e fecero il larice.

Però questa nuova pianta non aveva vigore vitale, poiché rapidamente appassiva. Allora Merisana disse che avrebbe volentieri sacrificato il suo velo da sposa per far vivere l'albero nato nel giorno delle sue nozze e a lei dedicato; e lo avvolse con il lungo velo, che era trasparente.

Subito il larice cominciò a germogliare e inverdire; e il velo, fatto verzura, visse e crebbe con la pianta.

Nelle fredde terre del nord, in Siberia, soprattutto dalla tribù degli Ostiachi, il larice viene considerato come l'Albero cosmico che unisce cielo, terra e inferi e lungo il quale scendono il Sole e la Luna nelle sembianze di uccelli d'oro e d'argento.

Sulle montagne piemontesi i vecchi sostengono che al primo sole di primavera i rami dei larici mandino un bagliore accecante, quasi si fossero trasformati in raggi solari.

Camminare tra i massi erratici porfirici e i larici che s'arrampicano fin quassù legando con le proprie radici i sassi, equivale a un'immersione idilliaca nella natura.

Alcune di queste piante, ultrasecolari, sono diventate tronchi contorti sbiancati dal sole e dalle intemperie e si ergono fieri verso l'alto, dando asilo al gufo reale e ai rapaci notturni.

ITINERARIO

Accesso stradale

Passo Manghen (m 2047), raggiungibile da Borgo Valsugana risalendo la splendida val Calamento, vero e proprio cuneo che ci conduce nel cuore del Lagorai centrale. Oppure da Molina di Fiemme (val di Fiemme) per la selvosa e selvaggia val Cadino.

Punto di partenza/arrivo

Rifugio Manghen (m 2.020), parcheggio.

Percorso

Dal rifugio si segue il sentiero segnavia n. 322A fino al lago. In caso di nebbia o pioggia, il sentiero — fatto di sassi porfirici e da un inestricabile labirinto di radici — può rivelarsi estremamente scivoloso.

Rientro: per lo stesso percorso.

Tempi

1 ora l’andata, altrettanto il ritorno.

Dislivello

140 m circa.

[Questo testo è tratto dal secondo volume di Fiorenzo Degasperi "Passeggiare, Trentino-Alto Adige. 35 semplici itinerari per grandi e piccoli", edizioni Curcu&Genovese, 2016]

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