UNITA' D'ITALIAL'intervento del sindaco di Trento: "Vorrei un'Italia più coesa, più giusta, più efficiente"


Alessandro Andreatta


Quella di oggi è forse la più italiana delle celebrazioni, quella che meglio rievoca le ragioni del nostro stare insieme. Eppure io credo che questa festa tutta nazionale non possa evitare di rivolgere lo sguardo oltre i nostri confini, al Giappone martoriato da una delle più gravi catastrofi naturali di questi ultimi decenni. Vorrei che noi tutti, per un momento, dedicassimo i nostri pensieri alle decine di migliaia di morti e all’angosciosa condizione di chi è sopravvissuto, di chi ha perso tutto, di chi ora deve affrontare anche l’incubo del disastro nucleare.

In occasioni come queste, vediamo quanto sia decisivo riconoscersi in una patria, identificarsi in una cultura, sentire i legami che uniscono chi abita lo stesso Paese: legami impalpabili e talvolta quasi inconsapevoli, che però sono indispensabili per affrontare le difficoltà, per dare fondamenta al presente, per continuare a elaborare, nonostante le tragedie, un’idea di futuro. Ecco perché quello di oggi, in questa nostra Italia, è un giorno importante, che va festeggiato al di là delle ragioni e dei torti di cui è disseminato il passato, al di là delle idee politiche personali, al di là dei distinguo geografici.

Va festeggiato perché evidenzia le radici unitarie di una storia che pure è frastagliata e plurale. Già il presidente emerito della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ci aveva spiegato che si può essere, con la stessa intensità, livornesi, toscani e italiani. Si può essere dunque anche veneti e italiani, siciliani e italiani, immigrati e italiani, trentini e insieme italiani, senza che l’appartenenza più ristretta rechi danno alla seconda, che è più larga ma non meno importante. La piccola patria non contraddice la patria comune, come del resto ci ricorda don Sturzo quando parla della “regione della nazione”. Credo che a tutti voi sia capitato di constatare che il nostro patriottismo è variabile e volubile. Noi non sappiamo essere italiani nella quotidianità, nell’ordinaria amministrazione.

Diamo il meglio di noi stessi nelle avversità: e non penso solo alle imprese eroiche del Risorgimento o della Resistenza raccontate dai libri di storia, ma anche a fatti più recenti e vicini a noi. Mi riferisco alle centinaia di persone che si sono mobilitate per ridare una speranza agli abitanti dell’Abruzzo colpito dal sisma. Mi riferisco al gran via vai di alpini tra il Trentino e la Sardegna, dove c’era da restaurare una casa per bambini in difficoltà. Mi riferisco ai ragazzi delle parrocchie che tutti gli anni scendono fino alla Locride, per sostenere i calabresi impegnati contro le tutte mafie. In ognuna di queste occasioni, la patria non è retorica, non è un’astrazione: è semmai un istinto che nobilita e mobilita più di qualsiasi altra motivazione economica o d’interesse.

Scopriamo allora che, come ci ha spiegato lo scrittore caraibico Edouard Glissant, “le nostre radici non sprofondano nel buio atavico delle origini, alla ricerca di una pretesa purezza, ma si allargano in superficie come rami di una pianta, a incontrare altre radici e a stringerle come mani”. Perché ogni identità esiste nella relazione, ogni storia è vitale sono se rinvia e sfocia in un’altra storia. Un Paese che non proclama forte i propri valori è pronto per l’oppressione e la servitù. Un Paese frammentato, diviso, che non conosce o peggio disprezza la propria storia, è destinato a diventare rancoroso, pauroso, incapace di affrontare il futuro. Lo sanno bene i nostri vicini europei, che infatti dedicano alle rispettive ricorrenze nazionali entusiasmo e risorse.

Tutti voi ricordate come la Francia, nel 1989, festeggiò i duecento anni dalla presa della Bastiglia: all’evento dedicò celebrazioni grandiose che contemplarono tra l’altro l’inaugurazione di un nuovo teatro dell’Opera, il più grande d’Europa. Lo stesso ha fatto la Germania, due anni fa, per i vent’anni della caduta del Muro di Berlino: nessuno può dimenticare Lech Walesa che spinge la prima tessera di un gigantesco domino, i discorsi commossi, la folla di capi di Stato riuniti per rendere omaggio a un Riunificazione che pure il primo ministro Angela Merkel ha definito “incompiuta”. Se la Riunificazione tedesca è incompiuta, anche noi oggi festeggiamo un’Unità che certo non corrisponde pienamente alle nostre aspettative.

Festeggiamo un’Italia che vorremmo più coesa, più giusta, più efficiente. Un’Italia diventata nel volgere di pochi decenni una delle più grandi potenze del mondo, ma che oggi arranca, incerta sulla strada da seguire. Per quanto mi riguarda, questo momento di festa deve allora corrispondere a un’assunzione di responsabilità, all’impegno a fare di più e a fare di meglio per rendere unito il nostro paese: unito non solo dal punto di vista geografico, da nord a sud e da est a ovest. Unito per quanto riguarda le generazioni, che non possono essere divise dal precipizio della precarietà. Unito dal punto di vista delle opportunità, dei diritti e dei doveri. Unito nella crescita economica e nella ricchezza culturale e materiale.

Il Risorgimento è coinciso per l’Italia con la fine delle monarchie assolute, delle servitù feudali, dell’antico regime. Ebbe eccessi e difetti, come del resto li ebbero la Rivoluzione americana o la Rivoluzione francese, ma nessun americano, nessun francese oserebbe oggi disconoscere la propria storia. Neppure noi possiamo rinnegare il passato, perché senza il Risorgimento non ci sarebbero state la Repubblica, la nostra bella Costituzione, la nostra preziosa Autonomia.

Oggi dunque, con questa celebrazione, ci assumiamo il compito di dare un nuovo significato all’eredità più nobile di quel periodo, allo straordinario spirito utopico, all’amore per la libertà, all’idealismo, utile antitodo al cinismo, veleno mortale di cui purtroppo abbonda la nostra epoca. E se è vero, come dicono gli storici, che con questi cento e cinquant’anni l’Italia entra nella maggiore età, allora la storia del nostro Paese è ancora tutta da scrivere. Spetta a ognuno di noi fare in modo che le pagine future siano all’altezza delle aspettative nostre e soprattutto all’altezza delle aspettative dei nostri figli.













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