il caso

Schwazer, la provetta non era anonima

Quando è stata esaminata riportava la scritta Racines. Il laboratorio di Colonia sapeva della positività già il 26 aprile



BOLZANO. Settimana decisiva per Alex Schwazer. Le possibilità sono oggettivamente poche, ma il marciatore di Calice - assieme al suo allenatore Sandro Donati e all’avvocato Gerhard Brandstätter - è pronto a giocarsi il tutto per tutto, per dimostrare di essere pulito e gareggiare nella marcia alle Olimpiadi di Rio. Dopo la denuncia penale contro ignoti, depositata in Procura, in cui si ipotizzano i reati di frode sportiva e falso, tra oggi e domani il legale invierà alla Iaaf (Associazione internazionale delle federazioni di atletica, ndr) una lettera in cui verranno elencate “una serie di gravi irregolarità procedurali - spiega Brandstätter - per quanto riguarda l’assurda vicenda della provetta da cui risulterebbe la positività al testosterone sintetico”. Per questo si chiede alla Iaaf l’annullamento della procedura per consentirgli di partecipare alle Olimpiadi.

I dubbi. La situazione è molto complicata e il fatto che i protagonisti - Schwazer per la confessione fatta dopo che era stato trovato positivo all’eritropoietina alla vigilia delle Olimpiadi di Londra nel 2012; Donati per le battaglie contro il doping unite alle recenti polemiche contro la Iaaf e la Wada (l’Agenzia mondiale antidoping) - siano personaggi scomodi, alimenta una serie di dubbi. Suffragati almeno in parte dal dossier A3959325 del Laboratorio antidoping di Colonia, dove Schwazer è risultato positivo al testosterone. Il documento è stato pubblicato ieri dal Corriere della sera.

Il primo dato che emerge è che, contrariamente a quanto sostenuto finora, la provetta di urina non era anonima. Nel dossier si ricostruiscono i diversi passaggi, a partire dalla mattina del 1º gennaio quando il supervisore di un service tedesco che lavora per la Iaaf si presenta a casa di Schwazer per prelevare un campione di urina che serve per il “passaporto steroideo” dell’atleta, un sistema messo a punto di recente per individuare i casi di doping che finora sfuggivano ai normali controlli. Il campione il 2 gennaio è nel Laboratorio di Colonia, ma qui emergerebbe una prima anomalia: sul modulo rosa Iaaf dove si annota il luogo del test, invece dell’indicazione generica, usata solitamente, della nazione, c’è “Racines, Italia”. Basta questo per associare il campione A3959325 al marciatore altoatesino che vive a Calice, frazione di Racines. Ma il 12 maggio, quando viene certificata la positività dell’atleta, a quanto pare il Laboratorio scrive “località del prelievo non nota”. Le stranezze. Il protocollo prevede un controllo immediato per rilevare i valori steroidei. Ma, altra stranezza, fino al 5 gennaio il campione passa tra le mani di tre biologi che lo classificano e lo ricongelano.

Resta in “parcheggio” fino al 14 aprile, quando il direttore del laboratorio di Colonia inizia le analisi spettrometriche. Motivo? Avrebbe detto di averlo fatto “su richiesta della Wada di Montreal”. Quello stesso giorno, il Laboratorio trova e protocolla “elementi esterni sospetti nel campione di urine”. Il 26 aprile certifica la presenza di 6 diversi precursori del testosterone. La positività a questo punto è accertata, ma nessuno ferma Schwazer che gareggia e vince l’8 maggio in Coppa del Mondo a Roma, e 20 giorni dopo è secondo in Spagna. Può partecipare alle Olimpiadi nonostante le analisi dicano che ha assunto testosterone sintetico. Solo il 12 maggio la positività viene comunicata alla Iaaf che però non blocca subito Schwazer, lo fa il 20 giugno. Quando ormai stanno scadendo i termini per l’iscrizione ai Giochi.(a.m)













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