L'INTERVISTA quinto antonelli, storico 

«Ho dato una voce a vite e tragedie dell’uomo comune» 

In pensione il ricercatore. Con «I dimenticati della Grande Guerra» si è fatto conoscere al grande pubblico, raccontando il dramma dei soldati al fronte attraverso i diari e la corrispondenza con i familiari


paolo tessadri


trento. “Cento anni di Grande guerra” è l’ultimo libro scritto dallo storico Quinto Antonelli per le edizioni Donzelli. Antonelli è considerato uno dei ricercatori storici più noti in Trentino e ora a 67 anni è andato in pensione. Ma già pensa ai suoi prossimi impegni di autore. Un passato da maestro elementare e, forse, da quella esperienza nasce il suo modo di scrivere lineare, semplice, senza fronzoli; poi il salto nella redazione di Didascalie, la rivista della scuola trentina, con il direttore Giorgio Tonini. Infine il lungo periodo di 25 anni alla Fondazione Museo storico del Trentino. Antonelli ha all’attivo più di venti volumi scritti o curati. “Fede e lavoro” fu il suo primo volume nell’81, edito dalla rivista Materiali di lavoro, in cui analizzava il movimento e la stampa cattolica in Trentino. Il successo lo ha però ottenuto con “I dimenticati della Grande Guerra”. I suoi volumi hanno avuto recensioni anche sui grandi giornali, come il Corriere della Sera di qualche settimana fa. Antonelli scrive “la storia dal bassa”, come la definisce.

Antonelli, il mestiere di storico non è ormai desueto? Hanno quasi cancellato la storia come materia di insegnamento.

Anzi! Considero la ricerca storica una disciplina critica anche del presente, quindi più che mai necessaria. Penso alla storia come ad una pratica intellettuale “guastafeste” delle opinioni correnti e delle forme di propaganda del potere politico.

Qualcuno le ha rinfacciato di essere un intellettualoide, si riconosce in questa definizione non proprio simpatica?

Naturalmente è un'ingiuria che colpisce me come tutti quelli che fanno un lavoro culturale. È ormai un'ingiuria consueta di cui non faccio gran conto. Preferisco definirmi un operaio della ricerca, uno che fatica nel raccogliere e studiare documenti, fatica negli archivi e sui libri.

C’è una storia di destra e di sinistra?

No. Esistono gli storici di destra e di sinistra che fanno storia secondo le loro sensibilità. Se sono bravi e onesti raccontano tutti qualcosa di importante. Per fare un esempio ho sempre imparato molto dai volumi intelligenti di Umberto Corsini, noto storico liberale, le cui opinioni politiche erano molto distanti dalla mie. Ciononostante considero le sue ricerche del tutto imprescindibili.

C’è un’identità trentina?

Lei sta parlando con uno che si considera cittadino del mondo.

“Fede e lavoro” fu il suo primo libro. Cosa emerge?

“Fede e lavoro” era la testata di un giornale cattolico pubblicato tra l’800 e i primi del ‘900. Ne vado fiero. Vi ho svolto un’analisi linguistica da cui emerge un'argomentazione retorica aggressiva, dai risvolti antisemiti, antiliberali e antisocialisti. Il “Fede e lavoro” utilizzava il dialetto, come per dire: ‘noi siamo dalla parte del popolo, gli altri sono degli estranei’.

Nei “Dimenticati”, lei va alla ricerca delle storie dei soldati. Una novità nella storiografia.

Sì, era una novità, siamo nel 2008. Ho utilizzato i diari e le lettere dei soldati e dei prigionieri per raccontare la loro durissima esperienza sui campi di Galizia. Con quel volume volevo riscoprire una vicenda che era stata per molti decenni dimenticata (da qui il titolo).

Con i “Dimenticati” il filone della scrittura popolare (del cui archivio è stato il responsabile al Museo) arriva anche al grande pubblico.

Non è una storia minore, anzi è una grande letteratura. Sono sempre rimasto colpito dalla capacità dei soldati di raccontare la loro esperienza, dalla distanza con le parole della propaganda, dalla loro capacità di rielaborare le loro vicende. E c’è una grande diversità rispetto ai soldati della Seconda guerra mondiale, che sono incapaci di liberarsi dalla propaganda e dalla retorica, anche negli anni successivi.

Poi lei si affaccia sulla scena nazionale con “Storia intima della grande guerra. Lettere, diari e memorie dei soldati dal fronte” per le edizioni Donzelli.

Quel libro del 2014 è stato anche tradotto in inglese. È ora disponibile nell'edizione economica. Un libro che ha avuto una grossa fortuna. Dalla dimensione trentina passo qui a quella italiana riprendendo le scritture “intime” dei combattenti italiani. Anche questa è una storia dal basso.

Analoga fortuna ha avuto“Cento anni di Grande guerra: cerimonie, monumenti, memorie e contro memorie”.

Sì, è vero. Ha avuto un’inaspettata e apprezzata recensione sul Corriere della Sera. È uscito per i 100 dalla fine della Prima guerra. Nel libro racconto come il teatro delle battaglie si sia trasformato in luogo di culto punteggiato da decine di sacrari; persino i resti di quel sistema di trincee, forti e caverne sono diventati mete per pellegrini e turisti. Gli autori di queste pratiche commemorative sono stati i più diversi: esponenti delle gerarchie militari e delle associazioni combattentistiche e d'arma, rappresentanti delle istituzioni, dirigenti politici; e poi architetti, giornalisti, registi, insegnanti, redattori. Una memoria, tuttavia, troppo spesso dominata da un'unica voce solista, retorica e celebrativa, che glorifica la necessità e il valore della guerra, che osanna gli eroi e sovrasta le voci di chi a quella guerra non ha mai creduto: voci stridenti, indisciplinate, a cui è difficile prestare ascolto.

Ha preso in prestito una frase di Nuto Revelli per un suo libro.

Giusto. Per il volume “La propaganda è l’unica nostra cultura”. Sono gli atti di un seminario in cui io e altri ricercatori italiani prendiamo in considerazione le scritture autobiografiche dal fronte sovietico (1941-1943), ovvero lettere, diari e memorie. L'espressione di Nuto Revelli voleva sottolineare il peso decisivo che la propaganda del Regime aveva avuto nel consenso dei soldati alla guerra fascista.

Non solo guerra, ma anche scuola.

Nel volume “Storia della scuola trentina dall’umanesimo al fascismo”, edito nel 2013 dalla casa editrice il Margine, racconto il processo di alfabetizzazione e di scolarizzazione del Trentino.

I prossimi programmi?

Entro il 2019 usciranno gli atti del convegno internazionale sulla grande guerra intitolato “J'accuse. Le forme di opposizione alla guerra”. E nel 2020 verrà pubblicata dall'editore Donzelli una revisione de “I dimenticati della Grande Guerra” indirizzata appositamente ai lettori italiani.

Lei sembra un attore sul palcoscenico della storia. Era una sua aspirazione?

Sul palcoscenico della storia ho messo in scena le vite e le tragedie della gente comune. Il mio ruolo non è stato quello dell'attore ma piuttosto quello di regista.















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