La sfida a ubriacarsi contagia il web

Il fenomeno arriva anche a Trento. Ma l’Azienda sanitaria contrattacca con video creativi: «Bevete più acqua»


di Luca Marognoli


TRENTO. La rete è un mezzo di comunicazione portentoso ma, come tutti gli strumenti di massa, la sua viralità può fare dei danni. Gravi e su scala globale. É il caso del “neknominate”, la moda che impazza tra i giovani di ubriacarsi, pubblicare in rete il filmato della propria “impresa” (meglio se messa in atto in circostanze fantasiose come scolando la bottiglia a testa in giù, andando sui pattini, persino sfrecciando sulle onde con il surf) e “nominare” altri amici sfidandoli a fare la stessa cosa. Un fenomeno inquietante, perché induce ad eccedere e a farlo, per di più, in situazioni rischiose. La rete, come la stupidità, non ha confini e la sbronza a catena è arrivata anche in Trentino. «É un fenomeno rispetto al quale abbiamo avuto delle segnalazioni e che quindi ha toccato la nostra realtà, ma non c'è modo di misurarne la portata e la ricaduta», premette Katia Guerriero, coordinatrice del Servizio alcologia di Trento dell'Azienda sanitaria. Ad accorgersene sono stati alcuni tra i 450 giovani che da una decina d’anni collaborano con gli 11 servizi diffusi sul territorio provinciale. «Ragazzi che sono abituati a osservare quanto accade in maniera critica e cercano con i loro strumenti di reagire a questo tipo di pressione. Per questo riteniamo sia destinato a venir meno in breve tempo».

Guerriero conta molto su questa rete, per nulla virtuale rispetto al web, di “sentinelle” che svolgono una preziosa azione di sensibilizzazione sui coetanei. «Si chiamano peer educator (“peer” sta per gruppi dei pari, ndr) e vengono coinvolti dalle scuole e dalle associazioni presenti sul territorio, che possono essere parrocchie come gruppi sportivi. Questi enti interpellano noi che, invece che mandare il classico esperto per informare, proponiamo ai ragazzi interessati di autocandidarsi per partecipare a un progetto di formazione, affinché siano essi stessi promotori di salute al loro interno».

Il “neknominate” sta avendo un’eco enorme sui media di tutto il mondo. «Si rischia di dare più risalto a quei pochi che pubblicano un video stupido su Facebook che ai 500 che si impegnano per portare avanti nel tempo progetti che hanno una valenza positiva per la collettività. Si tratta di comportamenti da non rinforzare né sottolineare», afferma Guerriero. Che però non ha nessuna intenzione di mettere la testa nella sabbia. «Funziona così: una persona carica il video in cui beve una bevanda alcolica e nomina altre persone che sono chiamate a fare altrettanto. Un meccanismo che ha molto a che vedere con la pressione che il gruppo esercita, anche al bar tra amici. Per questo è molto efficace il nostro approccio, che riconosce ai giovani la capacità di non cadere in questi tranelli a catena che soffocano la libertà dell’individuo».

Il metodo formativo fa leva sulle capacità emotive, «educando a saper dire di no e a trovare strumenti di comunicazione efficace per trasmettere agli altri quello che si vuole fare invece di trovarsi a fare quello che non si vuole. Sta tutto nel saper riconoscere le proprie emozioni: se mi accorgo che sto subendo la pressione del gruppo, so reagire». Questi contenuti sono «presenti in corsi che facciamo agli insegnanti della scuola dell'infanzia, delle elementari e delle medie, mentre alle superiori ci rivolgiamo direttamente agli studenti: non si lavora sulla sostanza ma sull'educazione, quindi lo si può fare da un'età precoce. Lo stesso approccio è quello che usiamo anche nei gruppi di adulti».

I peer-educator promuovono il divertimento in modo sano e alternativo al bere alcolici. «Lo strumento usato cambia di volta in volta. Un esempio è il video musicale di Giacomo Gardumi “Me fago di H2O” che, pur essendo stato prodotto prima, sembra la risposta a questi video online. Un gruppo di peer-educator della Val di Fiemme, invece, proprio ora sta elaborando un modo creativo per contrastare specificamente il neknominate». Ma non mancano le reazioni spontanee. Come quella di una adolescente trentina che «nominata da un amico, ha invitato lui e altri a bere un bicchiere d’acqua. Sottolineando quanto questa moda fosse stupida».













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