«La decadenza ci sarà ma il Pd non ceda al giustizialismo»

Boato: «Berlusconi dovrebbe dimettersi un minuto prima del voto in aula, ma vanno rispettate le garanzie della difesa»


di Chiara Bert


TRENTO. «Alla fine si arriverà alla decadenza di Berlusconi da senatore, ma anche per il peggior avversario, anzi soprattutto per il peggior avversario, bisogna rispettare le garanzie della difesa». Marco Boato, parlamentare per cinque legislature, oggi leader dei Verdi trentini, osserva la vicenda politico-giudiziaria di Silvio Berlusconi con lo sguardo di chi ha vissuto in prima linea altri casi giudiziari, dentro e fuori dal parlamento, da quello - sofferto - dell’amico Adriano Sofri, al voto sulle dimissioni dell’allora deputato Cesare Previti.

Boato, oggi comincia l’iter nella giunta del Senato che dovrà pronunciarsi sulla decadenza di Berlusconi. Lei pensa che la sinistra, il Pd in particolare, ci sia la tentazione di non rispettare le garanzie di difesa?

Guardi, io sono convinto che alla fine si arriverà alla decadenza, tanto che personalmente penso che Berlusconi dovrebbe dimettersi da senatore un minuto prima del voto dell’aula. Se ci fosse un minimo di intelligenza politica, andrebbe così. Dico però anche che bisogna scordarsi che il pronunciamento della giunta del Senato avvenga in poche ore, come un automatismo. Questo non è un atto notarile. La giunta è un organo che esercita una funzione giurisdizionale ed è la Costituzione, all’articolo 66, a dire che «le Camere giudicano sulle cause sopraggiunte di incandidabilità». Dunque, se la Camera giudica, non è una presa d’atto formale.

Nel caso di Berlusconi c’è una sentenza di condanna per frode fiscale passata in giudicato. Per il Pd questo basta per votare la decadenza.

Condivido la gravità della vicenda giudiziaria, che in altri Paesi avrebbe avuto conseguenze immediate. Credo però, come hanno sostenuto autorevolissimi giuristi come Violante Onida e Capotosti, che questa procedura debba svolgersi secondo le regole previste dalla giunta per le elezioni e le immunità. Anche per l’avversario, soprattutto per il peggior avversario, bisogna rispettare le garanzie di difesa. A me sembra perfino banale, sono le regole dello Stato di diritto.

Queste garanzie le sembrano messe oggi in discussione?

C’è una pressione forte sui dirigenti del Partito democratico in particolare. La pancia del popolo di sinistra non ne vuole più sapere di Berlusconi e spera che con la decadenza di chiudere definitivamente la vicenda. Io la capisco, ma chi ha responsabilità politica e istituzionale non può prescindere - anche se è impopolare - dalle garanzie della difesa. Per questo trovo inconcepibile che membri della giunta, tra i quali anche Felice Casson che è un bravissimo e coraggioso magistrato, abbiano dichiarato come voteranno prima ancora che cominci l’istruttoria. Istruttoria che ha i suoi tempi e le sue regole. Per Cesare Previti durò quasi un anno e solo poco prima del voto in aula arrivò la sua lettera di dimissioni. L’allora capogruppo di Forza Italia Elio Vito chiese che le dimissioni venissero votate con voto palese, e io fui l’unico capogruppo (dell’allora Gruppo Misto, ndr) ad opporsi: era un chiaro tentativo di condizionare i deputati. A larghissima maggioranza l’aula votò a favore.

C’è già un ricorso di Berlusconi alla Corte europea dei diritti dell’uomo e si dibatte su un possibile ricorso alla Consulta sulla legge Severino. Strumenti legittimi della difesa o tentativi di bloccare i lavori della giunta?

Vedo entrambi i ricorsi molto difficili. Sul ricorso alla Corte Costituzionale a mio avviso non spetta alla giunta, la quale fa solo una proposta all’aula ma non ha il potere di decidere. In ogni caso, anche se ci fosse una pausa dei lavori della giunta, entro qualche mese si pronuncerà la Corte d’appello di Milano sull’interdizione di Berlusconi dai pubblici uffici. E anche in quel caso, lo ricordo, ci sarà un voto della giunta del Senato.

La politica italiana resta inesorabilmente bloccata su Berlusconi anche con un governo di larghe intese che doveva portare alla legittimazione reciproca degli schieramenti politici. Obiettivo fallito?

Io non amo il termine “pacificazione nazionale” che dà un senso di consociativismo. Ma la legittimazione reciproca è necessaria. Occorre superare la logica di questi ultimi vent’anni che è stata quella del nemico da distruggere invece che dell’avversario da battere. Lo è stata da entrambe le parti. Nessuno vieta a Berlusconi, se lo ritiene, di esercitare un ruolo di leadership politica anche fuori dal parlamento. È quello che stanno facendo Veltroni, D’Alema e Beppe Grillo. Il centrodestra si trova oggi in una situazione difficilissima in cui di fronte alla probabile uscita di scena del suo leader, quasi ottantenne, non ha saputo preparare una successione. Ma fa male al centrosinistra pensare che si possa chiudere la vicenda politica di Berlusconi attraverso l’esito di una sua vicenda giudiziaria. Berlusconi va sconfitto politicamente, vincendo le elezioni.

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