«Gridava aiuto, aiuto ma non poteva uscire»

La drammatica fine di Marius Barcea: era paralizzato dopo essere stato investito da un treno due anni fa. La sua baracca una prigione di fuoco


di Luca Marognoli


TRENTO. «L'ho sentito gridare aiuto tre volte, ma le fiamme erano troppo alte: non si poteva entrare lì dentro. Vieni fuori Marius, vieni! Ma lui diceva: non ce la faccio...». Gli ultimi momenti di vita di Marius Barcea, 23 anni, rumeno della Transilvania, morto in una baracca di legno, latta e nylon a poche centinaia di metri dal comando della polizia municipale e a una ventina, non di più, dalla ferrovia dove un paio di anni fa era stato travolto da un treno restando menomato. Questo bosco della disperazione si materializza all'improvviso ai piedi del grosso scheletro di cemento della Sloi: prendi una traversa di via Maccani, costeggi la strada che porta al negozio della Metro lungo l'alto muro che cinge l'area inquinata della fabbrica, poi c'è una curva in mezzo alla quale si apre un sentiero. È la porta, contornata di immondizie (pneumatici, vecchie ciabatte, stracci, resti di cibo) di un buco nero che conduce nell'accampamento dei Rom: un'altra dimensione che fa paura anche di giorno.

I primi ad accorgersi dell'intruso sono due cani che arrivano di corsa latrando. Un uomo li tiene a bada con un bastone: ci dà la mano, invita ad entrare nel “villaggio”. Non sa bene l'italiano, chiama una donna, Maria, che si offre di fare strada fino alla baracca bruciata: per arrivarci si passa da una “piazza” con 5 o 6 costruzioni realizzate con materiale di recupero e ricoperte di teli di plastica: la sua è l'unica in muratura, forse un ex deposito delle Ferrovie. Ce la mostra: grande come uno sgabuzzino, ha una “cucina economica” fatta con un barattolo di petrolio infilato tra due mattoni, un ripiano con piatti e suppellettili varie e un materasso accanto. All’interno e fuori, la sporcizia è ovunque.

In pochi passi arriviamo al secondo nucleo abitato: la baracca dove dormiva Marius era l’ultima: oggi restano due pannelli di latta a formare un angolo, l’intelaiatura di acciaio del letto, due mattoni chiari e resti di abiti rossi che spiccano dallo sfondo nero dei materiali combusti che giacciono a terra.

Il dramma è stata una questione di pochi istanti, se chi abita nella baracca accanto non ha potuto fare niente per salvarlo. Erano le 10 di mercoledì sera e Marius aveva acceso una candela: il suo corpo era per metà paralizzato a causa delle ferite riportate nell'incidente - dicono i “vicini” - e camminava con l'aiuto di un bastone. Il fuoco lo ha sorpreso mentre era a letto, senza lasciargli scampo.

«Il fuoco avrebbe potuto estendersi anche alla mia casa, che è quella accanto», dice il giovane che ha assistito al dramma, impotente. «Ho visto una luce dalla finestra, sono uscito e il fuoco stava già avvolgendo la baracca di Marius. Non si poteva davvero entrare».

Sul pavimento si vede una fiamma: sembra un tizzone che ancora arde. «No, è una candela che abbiamo acceso stamattina per ricordarlo», dice Maria. «È stato davvero sfortunato. Lì dietro - indica - c’è il punto dove è stato investito dal treno».

Dopo un lungo periodo trascorso all’ospedale, era tornato in Romania (il Comune spiega che la Caritas aveva fatto una colletta per pagargli il viaggio), ma andava e veniva ancora da Trento: proprio ieri sarebbe dovuto partire con il padre per raggiungere la madre e gli altri 8 fratelli in Transilvania.

Maria vive nel bosco da 4-5 anni: «Perché siamo qui? Non abbiamo trovato altro...», dice. «Chiediamo tutti l’elemosina e poi mandiamo i soldi in patria. Siamo una ventina, dieci famiglie e altrettante baracche».

La vita di queste persone è disumana ma anche “scomoda” per chi lavora nell’adiacente zona artigianale. «Ci sono immondizie di ogni tipo, anche se non si sa se siano loro o le abbandonino qui altri, e cani che girano», dice un operaio. «Bisognerebbe mettere delle telecamere». Poi aggiunge: «Io non ho avuto mai problemi, personalmente, ma il degrado è forte. Non so come le autorità possano lasciare che persone vivano a meno dieci gradi in una baracca di cartone con i topi e muoiano così. È una situazione nota da anni, che conoscono tutti. Ma fa comodo che resti confinata qui. È come nascondere le immondizie sotto il tappeto».

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