BRESSANONE

Marianne, massacrata perché non voleva ubbidire 

La tragedia - scrive il giudice - è anche figlia di un retaggio culturale che considera la donna sottomessa totalmente all’uomo


di Mario Bertoldi


BOLZANO. C’è uno spaventoso retaggio culturale dietro il massacro di Marianne Obrist, la donna uccisa a colpi di bastone e mazza da baseball dal suo convivente marocchino a Bressanone. E’ quanto emerge dalle motivazioni della condanna a 30 anni di reclusione inflitta dal giudice Peter Michaeler. In sostanza l’uomo, Rabin Badr di 35 anni, è stato condannato all’ergastolo ma ha evitato il carcere a vita (che in realtà in Italia non esiste più) solo grazie al rito abbreviato scelto dai suoi avvocati. Solo una questione procedurale, dunque.

In realtà gli elementi emersi durante l’inchiesta si sono dimostrati pesantissimi nonostante gli avvocati difensori abbiano sempre sostenuto l’insussistenza di una conclamata volontà omicida da parte dell’imputato. Inutilmente i due legali hanno sostenuto che il loro assistito avrebbe avuto unicamente l’intenzione di imporre una “lezione” alla sua donna che non sarebbe stata sufficientemente sottomessa. Già questo sarebbe stato un quadro vergognoso ma la realtà, spiegata dal giudice in sentenza, è molto più grave.

«Rabin Badr - si legge nelle motivazioni della condanna - ha agito con mente lucida. La ripetizione seriale dei colpi inferti non è espressione di una psicopatologia, ma è la reazione esagerata ad uno stimolo esterno, quello proveniente dalla compagna che osava difendersi». La spiegazione del giudice Michaeler è chiarissima: «Il movente di fondo della sua azione va, con ogni probabilità , ricercato nella sua diversità culturale, nell’ambito della quale la donna è un essere completamente sottomesso all’uomo».

Secondo la ricostruzione del dramma emersa dal processo, Marianne Obrist avrebbe pagato con la vita la sua decisione di non sottomettersi a questa logica. E nel momento in cui ha deciso di ribellarsi ai pestaggi subìti nei giorni precedenti, Marianne è andata incontro ad una fine orribile. Le indicazioni contenute in sentenza sono raccapriccianti. Nell’appartamento del delitto sono stati rinvenuti anche resti di carne umana della vittima che sarebbe stata seviziata pure in punto di morte. Anche nel processo - sottolinea il giudice - l’imputato avrebbe cercato di fornire una giustificazione del suo comportamento accusando la vittima di intrattenersi sessualmente con altri uomini.

«Accusa del tutto infondata - si ricorda in sentenza - perchè Marianne Obrist da tempo era costretta dal convivente marocchino a vivere segregata dal mondo». Al punto che Badr non l’avrebbe mai lasciata uscire da sola e quando incontrava qualche conoscente rispondeva lui per lei. Marianne sarebbe stata costretta a rimanere in silenzio. Più volte - sottolinea ancora il giudice - la vittima era stata vista con lividi sotto gli occhi ma lei avrebbe sempre negato per vergogna. Dopo aver conosciuto Badr, la donna - scrive il giudice - fu costretta a interrompere le amicizie e a chiudere l’indirizzo facebook. Tra il resto l’accusa di tradimenti sessuali - si legge in sentenza - è anche completamente priva di qualsiasi riscontro probatorio.

Le considerazioni finali del giudice sono molto pesanti anche sul fronte della quantificazione della pena. Intensità del dolo, gravità del danno , modalità dell’azione e comportamento prima e dopo il massacro portano al massimo della pena. «Badr - scrive il giudice - ha voluto uccidere, ha usato modalità esecutive brutali ed efferate, tanto da meritarsi l’aggravante della crudeltà e delle sevizie, ha soggiogato la convivente per anni “estirpandole la libertà”». In conclusione il g iudice non ritiene possa essere considerata un’attenuante «neppure la diversità culturale (per descrivere con un eufemismo il fondamentalismo culturale)».













Scuola & Ricerca

In primo piano