Crisi: in Trentino timida ripresa, ma poche illusioni

Cresce l'occupazione, però fa paura la scadenza della cassa integrazione


Robert Tosin


TRENTO. Ci sono buoni motivi per sorridere. Altrettanti per piangere. Ma una cosa è certa: la crisi non è finita. I dati occupazionali di fine anno pur nella loro contraddittorietà regalano una fotografia del mondo del lavoro trentino significativa, con qualche segnale di timido risveglio eppure con il profilarsi di un cedimento massiccio con le scadenze della cassa integrazione. Disoccupazione. Il primo dato che possiamo definire positivo è quello della riduzione percentuale della disoccupazione. A fine anno si era sul 3,9 per cento a segnare un progressivo miglioramento di un'annata che si era aperta con il 5% dei lavoratori a casa, record negativo per il Trentino. In aumento anche le assunzioni, soprattutto nel settore più sofferente come il manifatturiero. Non sono certo stati recuperati tutti i posti perduti, ma si tratta di un'inversione di tendenza che fa ben sperare. Gli esperti, tuttavia, mettono in guardia: non è il caso di crearsi illusioni. Il totale degli impiegati è di 229 mila, un migliaio in più rispetto ai dati estivi. Si ferma la crescita occupazionale nel terziario, recupera l'industriale pur essendo comunque ancora sotto di 2500 posti. L'occupazione femminile. E' in leggerissimo calo, eppure è ancora più vistosa la diminuzione della disoccupazione rosa: dal 5,4% dell'estate al 4,6% di fine anno. C'è una probabile motivazione non ancora verificata ma plausibile: uno scoraggiamento femminile delle donne ad affrontare il mercato del lavoro. La mobilità. La lista di licenziati si ingrossa a vista d'occhio raggiungendo livelli record per il Trentino. Siamo al 14,9% in base annua, 610 iscritti in più rispetto al 2009. Buona parte arrivano dalle piccole aziende e, tra di loro, soprattutto dal comparto edilizio. In parte è fisiologico nei mesi più freddi, ma non è solo un problema stagionale. Gli iscritti sono in maggioranza uomini (65,9 per cento), italiana (79,4 per cento, anche se nel rapporto sono gli stranieri a pagare di più la crisi), over 50 (58%). A caccia di un lavoro. E' curioso il dato degli iscritti ai centri per l'impiego. Il dato è ovviamente in crescita, pure molto vistosa: +26,3 per cento, oltre quota 28 mila. Di questi, però, ben il 42 per cento ha dichiarato di non essere interessato ad un lavoro almeno nell'immediato. E come mai, allora, cercano i servizi dei centri per l'impiego? Semplice: per avere accesso alle forme di sostegno dell'ente pubblico. Per esempio per il reddito di garanzia, per il quale c'è l'obbligo di iscrizione. Ecco spiegato l'arcano. Le assunzioni. Sono in aumento le chiamate: +4,9 per cento. Si cercano soprattutto maschi (+6,4%) che donne (+3,6%). Complessivamente ci sono state 3.600 assunzioni nei primi otto mesi dell'anno scorso (ultimo dato disponibile). Ma se il numero letto così fa sorridere, la tipologia dei nuovi contratti fa pensare che anche le chiamate restano comunque figlie di una situazione molto fragile. L'impennata delle assunzioni - legate soprattutto al secondario (+18,4%) - si registra grazie ai contratti a termine e a quelli interinali. Insomma, le aziende hanno bisogno di personale ma non si fidano a usare contratti a tempo indeterminato. La situazione è ancora troppo instabile. In questa situazione molto liquida si trovano meglio gli stranieri: più colpiti dalla crisi, ma ora molto più elastici nell'"infilarsi" nella ripresa: tra gli assunti superano addirittura in numeri assoluti gli italiani. La spada di Damocle. I primi timidi segnali positivi rischiano ora di essere spazzati via nella prossima primavera. Se fino ad ora la crisi è stata coperta e attenuata dagli ammortizzatori sociali, ora si dovrà fare il conto con la scadenza di tutti i provvedimenti. Un prolungamento della crisi non potrà essere affrontato da molte aziende che con il licenziamento. Dopo l'uso della cassa integrazione ordinaria e di quella straordinaria ormai in scadenza, le opportunità di "prendere tempo" sono ridotte al lumicino. Qualche deroga in casi eccezionali, altrimenti l'unica via di uscita resta la mobilità.

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