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Il lungo «cammino» dello sci sulle Alpi, dal tallone libero al carving

L'evoluzione delle tecniche di curva, dallo storico telemark allo stile alpino, alla facilità degli sci "sciancrati" su piste ormai  lisce come tavoli da biliardo, con relativo aumento di velocità e rischi. Di questa storia affascinante, segnata pure da varie criticità, e delle attuali alternative allo sci in pista, si parlerà venerdì  23 gennaio al Museo etnografico trentino di San Michele

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GIORGIO DAIDOLA


«Esteriormente gli sci non hanno nulla di straordinario e nessuno può immaginare, a prima vista, la natura del loro potere magico…». È Conan Doyle, creatore di Sherlock Holmes, a descrivere così la sua passione per lo sci in articolo sulla Strand Magazine nel 1894.

Lo scrisse dopo aver effettuato la prima traversata da Davos ad Arosa, insieme ai fratelli Branger. Oggi una classica, seppur sempre da affrontare con rispetto.

Doyle la effettuò con sci di olmo lunghi 240 centimetri, scarponi morbidi di cuoio e attacchi in pelle che lasciavano i talloni liberi sia in salita che in discesa. Le curve venivano quindi effettuate a telemark, il passo in curva inventato in Norvegia da Sondre Norheim, il falegname di Morgedal che lo adottò come tecnica di atterraggio dei suoi salti con gli sci in posizione genuflessa, seguiti da un’elegante curva per fermarsi.

Il telemark arrivò sulle Alpi circa 50 anni dopo le performance di Sondre, ossia a fine Ottocento, grazie al volume tradotto in più lingue sulla grande traversata della Groenlandia che Fridjof Nansen effettuò nel 1888.

Influenzati dall’impresa di Nansen, oltre a Conan Doyle vollero provare lo sci norvegese lo svizzero Cristoph Iselin, il tedesco Wilhelm Paulcke, gli italiani Adolfo Kind, Adolfo Hess e Ubaldo Valbusa, il francese Henry Duhamel e molti altri che ci hanno lasciato preziose documentazioni sulle loro esperienze scialpinistiche.

Paulcke in particolare, denominato il Nansen delle Alpi, dimostrò la validità del telemark effettuando in pieno inverno 1897 l’impegnativa traversata dell’Oberland bernese.

Ci pensò l’austriaco Matthias Zdarsky a mettere fine quasi subito allo sviluppo dello scialpinismo a telemark sulle Alpi. Pittore bohémien genialoide, anche Zdarsky aveva letto il libro di Nansen. Sciatore non eccelso trovò il telemark poco adatto ai ripidi pendii alpini.

Per rendere lo sci adatto a diventare uno sport di massa, ne ridusse drasticamente la lunghezza e inventò attacchi in metallo che permettevano di tenere i piedi in asse sugli sci.

Nel manuale Lilienfelder Skifahr-Technik propose uno spazzaneve che permetteva di curvare facendo perno su un unico lungo bastone.

La «curva d’appoggio» ebbe un grande successo: si trattava di un modo di sciare poco elegante ma facile da imparare: lo dimostrano le 25 edizioni dell’opera e il gran numero di allievi che ebbe il suo autore, fra i quali l’imperatore Francesco Giuseppe.

Altri nobili padri del neonato «sci alpino», seguirono l’esempio di Zdarsky e bloccarono sempre meglio i talloni agli sci, proponendo tecniche di curva basate sulla rotazione dell’intero corpo, come lo stembogen di Georg Bilgeri, il cristiania strappato di Hannes Schneider, l’elegante ruade e lo sci naturale di Emile Allais e James Couttet.

Successivamente vennero proposte tecniche per curvare centrate sugli arti inferiori, dal wedeln di Stefan Kruckenhauser alla curva condotta di Mario Cotelli, ideologo della famosa Valanga Azzurra.

Questa continua evoluzione dello sci alpino a talloni bloccati mandò in soffitta per oltre quarant’anni il vecchio telemark, proponendo tecniche sempre più performanti e al tempo stesso anche eleganti, che non facevano venir meno lo stile, inteso come capacità interpretativa della tecnica.

Luigi Borgo, presidente del Collegio nazionale maestri di sci, afferma che la curva, fino agli anni Novanta del secolo scorso, rimase ternaria, ossia ben definita da tre momenti: inizio, centro e fine. Alla fine degli anni Novanta lo sci cambiò drasticamente.

Le piste autostrade e i percorsi di gara di neve artificiale lisci e compatti resero possibile un’estrema semplificazione della sciata grazie all’invenzione del carving, basato su una marcata sciancratura degli sci, ossia punte e code molto più larghe del centro.

Con il carving, unito a una drastica diminuzione della lunghezza degli sci e a un aumento del peso degli stessi per ottenere una maggiore aderenza in curva, lo sci è diventato binario, proprio come il linguaggio artificiale dei computer: un veloce e quasi impercettibile cambio di spigoli ha come seguito una curva condotta sugli spigoli, con deformazione degli sci e carico del peso sull’esterno.

Ne risulta una sciata necessariamente molto veloce che, con l’affollamento delle piste dovuto alla maggior portata degli impianti, con l’aumento del numero di sciatori poco esperti che con il carving credono di essere dei campioni, il numero di incidenti è purtroppo destinato ad aumentare, malgrado norme per garantire la sicurezza sempre più severe. Va inoltre fatto presente che i pesanti sci e attacchi adatti al carving sono praticamente inutilizzabili fuori pista e su neve pesante.

Che fare allora? Le alternative allo sci di pista certo non mancano e sono in grande sviluppo. Si tratta dello scialpinismo agonistico delle cosiddette tutine, dello scialpinismo classico, del fuoripista che ora si preferisce denominare free skiing o free snowboarding. Anche il grande sviluppo dello sci ripido in questi ultimi anni rappresenta senza dubbio una tanto pericolosa quanto affascinante alternativa.

Di questa complessa evoluzione dello sci sulle Alpi si discuterà venerdì prossimo 23 gennaio alle ore 18 al Museo Etnografico Trentino di San Michele all’Adige, nell’ambito della mostra Attrezzi, dal lavoro al sogno sportivo».

- Giorgio Daidola, scrittore e maestro di sci, già docente di analisi economico finanziaria per le imprese turistiche all'Università di Trento

INTERVISTA: Daidola: «Il vero scialpinismo corrisponde all’avventura in montagna»

[Foto credits: Jeremy Bishop su Unsplash]













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