Intervista

«Ghiacciai e torrenti di montagna soffrono, sono i segnali dell'emergenza»

Parla la idrobiologa Valeria Lencioni, conservatrice scientifica del Muse, che martedì 16 dicembre modererà al museo di Trento l'incontro "Artide e Antartide: estremi di ghiaccio nella crisi planetaria", con l'architetta Giulia Foscari e la ricercatrice Matilde Peterlini

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ZENONE SOVILLA


In epoche come la nostra, segnate da preoccupanti fenomeni ambientali, le istituzioni scientifiche, come musei e centri di ricerca, svolgono un ruolo prezioso anche sul fronte del monitoraggio dei territori e dell’elaborazione di strategie di mitigazione e adattamento per affrontare la crisi climatica e ambientale che stiamo vivendo.

Anche il Muse è al lavoro da tempo su questo terreno, come spiega all’Adige la idrobiologa Valeria Lencioni, conservatrice scientifica del museo trentino e coordinatrice dell’ambito clima e ecologia.

Sarà lei martedì 16 dicembre a moderare l'incontro al Muse sul tema "Artide e Antartide: estremi di ghiaccio nella crisi planetaria", con l'architetta Giulia Foscari e la ricercatrice Matilde Peterlini.

«Siamo impegnati a documentare e interpretare gli effetti dei cambiamenti climatici in ambiente montano. Lo scopo è raccogliere dati empirici che fotografano lo scenario e contribuire con analisi e suggerimenti alla strategia provinciale per la riduzione delle emissioni in atmosfera di gas climalteranti, l’incremento dell’uso di fonti energetiche non fossili e l’adozione di misure di adattamento per affrontare gli impatti ormai inevitabili. Perciò siamo presenti anche al tavolo di lavoro dell’Osservatorio provinciale sul Clima dedicato a questo tema», spiega l’esperta, che conduce ricerche nel settore dell’ecologia delle acque interne, dell’ecotossicologia e della fisiologia animale.

La montagna è uno specchio allarmante degli effetti dei cambiamenti climatici, qui per esempio il trend di aumento delle temperature è maggiore della media globale e inoltre abbiamo i ghiacciai come testimoni, spesso drammatici, delle mutazioni in atto.

Lencioni, quali sono le indicazioni principali che emergono dagli studi?

«Sappiamo che dall’Ottocento a oggi le temperature sono cresciute di circa due gradi nell’area alpina e abbiamo perso circa il 75% del ghiaccio che era presente nelle Alpi nell’età pre-industriale. Un calo preoccupante che si traduce in perdita di disponibilità idrica. Si tratta di un fenomeno non ancora percepito appieno in aree ancora ricche d’acqua, come la nostra, ma nelle città e in pianura la crisi dell’acqua è palpabile».

Anche da noi qualche estate secca ha mostrato i contorni di un’emergenza, evidenziando una serie di linee critiche, dall’irrigazione alle stesse forniture domestiche...

«Dobbiamo tenere conto del calo progressivo delle riserve d’acqua in montagna e organizzarci per mitigarne le conseguenze. I nostri studi cercano anche di proporre risposte su questo versante. Andranno ripensati, in un’ottica di sobrietà e risparmio, gli usi in agricoltura, settore idroelettrico, innevamento e altri impieghi civili dell’acqua».

La situazione in Trentino è omogenea sul territorio o varia di valle in valle?

«Le condizioni dei bacini locali sono diverse, la problematica più o meno marcata. Le nostre recenti ricerche sul ghiacciaio del Careser e il torrente che alimenta, in val di Peio, per esempio, ci hanno consentito di verificare con la collaborazione dell’Università di Trento una serie storica di dati sulla temperatura e le portate che comincia ottant’anni fa e ci restituisce i dati dell’evoluzione negativa della quantità di acqua “glaciale” anche a valle.

In una prima fase durata circa 15 anni dall’inizio del riscaldamento dell’aria è aumentata la quantità di acqua di fusione, poi è iniziato un progressivo calo che continua ancora oggi. Questo è quello che succede ai torrenti glaciali. E quando inizia a diminuire la quantità d’acqua, iniziano anche a scaldarsi. Questo lo si vede anche nei tratti più a valle, dove l’acqua è destinata a diventare sempre meno pulita perché cala l’effetto di diluizione dei contaminanti».

Tutto ciò modifica evidentemente l’habitat per piante e animali: in che modo?

«Anche qui è essenziale avere a disposizione lunghe serie storiche: gli effetti sulla biodiversità per esempio di un corso d’acqua glaciale si colgono dopo 20-30 anni da quando il ghiacciaio ha iniziato a ritirarsi. Abbiamo dati che dimostrano che alcune specie di insetti sono a rischio di estinzione (per esempio la “mosca dei ghiacciai” Diamesa steinboecki).

E va considerato che si tratta di anelli importanti della catena biologica di un ecosistema. Questo l’abbiamo dimostrato anche per insetti che vivono sul suolo, nelle piane proglaciali e nelle praterie alpine, come la Nebria germari, un coleottero che sta sparendo dalle Dolomiti».

Dalle analisi svolte su ghiacciai e torrenti quale immagine è emersa per quanto riguarda l’inquinamento in alta quota?

«I ghiacciai sono anche dei depositi di inquinanti dei decenni passati. Negli strati troviamo fra l’altro Ddt, pesticidi, sostanze radioattive, fragranze sintetiche e altri contaminanti. Anche i residuati bellici della “Guerra Bianca” rilasciano metalli. Tutte sostanze che con la fusione finiscono nelle acque e quindi nella catena alimentare del fiume e nella nostra. Nella fauna in montagna abbiamo rilevato presenze elevate di queste sostanze e anche di nanoplastiche».

E poi questi contaminanti finiscono a valle, lungo i corsi d’acqua.

«Al momento i livelli di contaminazione registrati non sono allarmanti, ma è necessario esserne consapevoli».

Tutto si tiene, all’origine ci sono le attività umane che per molti decenni hanno oltrepassato i limiti senza ascoltare quella parte della scienza che lanciava l’alalrme già mezzo secolo fa. Si chiedeva un’inversione di rotta sull’inquinamento che altera il clima e causa direttamente malattie e morti evitabili. Perché questo ritardo?

«È evidente che non si è stati previdenti nei decenni passati e oggi ci si trova obbligati a compromessi fra l’emergenza ecologica e le esigenze di sistemi sociali e economici consolidati che richiedono un tempo di transizione verso la neutralità energetica. E va tenuto conto anche degli effetti collaterali che alcune opzioni possono avere: l’idroelettrico, per esempio, è rinnovabile tra virgolette e va gestito con attenzione, salvaguardando anche gli ecosistemi acquatici naturali. I cambiamenti climatici corrono più veloci delle nostre soluzioni, ora è urgente diffondere la conoscenza e coinvolgere tutti. I cittadini, il mondo economico e quello istituzionale sono chiamati a un salto di qualità. Servono processi partecipativi di trasformazione dei comportamenti umani per minimizzarne l’impatto sull’ambiente naturale».

Significa anche modificare radicalmente alcune attività redditizie…

«Si va dai piccoli gesti quotidiani possibili fin da subito per noi tutti, all’elaborazione di piani d’azione per un uso e gestione più sostenibile della montagna e delle sue risorse, resa più instabile e povera (anche da un punto di vista estetico) dalla scomparsa dei ghiacciai. In questo scenario è essenziale l’apporto che potrà arrivare dalla ricerca scientifica e dall’innovazione».













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