Nave san Rocco, Gianfranco Bonato: l'agricoltura come legame con il territorio
Intervista con un protagonista del mondo della terra, 72 anni, produttore di mele nell'azienda di famiglia: «Abbiamo avuto trent'anni d’oro, con costi di produzione contenuti e prezzi realizzati buoni. Ma poi le cose sono radicalmente cambiate e le rese al netto dei costi sempre più contenute»
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La storia della serie di come eravamo, viene questa settimana da Nave san Rocco, un paese da sempre molto agricolo: è quella di Gianfranco Bonato, 72 anni, una vita dedicata alla sua azienda agricola, che ancora coltiva, ma anche al mondo del volontariato e del sociale. Resta attivo in una società sportiva, dove ha ricoperto per tanti anni il ruolo di presidente (ora lo svolge il figlio Giuseppe), la filodrammatica, il club 3P.
«Ora - dice Gianfranco - ho ridotto la mia azienda ad una superficie complessiva di 4 ha sui quali produco fra i 2000 e i 2.500 quintali di mele. Le varietà coltivate sono: Gala, Golden Delicious, Red Cif, Morghen e Granny. Inoltre su consiglio dei tecnici ho messo a dimora piante di diverse varietà Club, con risultati non molto buoni. Ora, con la nuova Club quali Fengapi, Opal e la più storica Pink Lady, pare che finalmente si siano individuate le varietà giuste.
In passato, la mia famiglia ha sempre venduto direttamente ai commercianti, ma negli ultimi 25 anni le cose sono cambiate e ci siamo associati prima alla Op Casa, poi inclusa nel consorzio 5 Comuni, all’interno dell’Op La Trentina che fa capo per le vendite a Melinda.
Tutto sommato sono soddisfatto del prezzo liquidato. Circa 0,40 euro a kg di media non è un brutto prezzo anche se negli ultimi 25 anni i costi di produzione sono aumentati molto di più.
Di conseguenza il margine per il produttore è sempre più ridotto. Costano di più le assicurazioni, il gasolio, i fitofarmaci, le macchine e le attrezzature agricole».
Come sono cambiate negli anni la realtà agricola, aldilà della forbice che si sta sempre più ampliando fra costi di produzione e resa ad ettaro?
«Sicuramente abbiamo avuto trent'anni d’oro, con costi di produzione contenuti e prezzi realizzati buoni. Ma poi le cose sono radicalmente cambiate e le rese al netto dei costi sempre più contenute.
È cambiato il mercato, diventando globale e difficile da affrontare, per un’azienda di medie dimensioni come la nostra, motivo per cui siamo entrati nella cooperazione.
La produzione è sempre più rivolta alla qualità, sicurezza e salubrità, il che è un bene ma sicuramente determina per le aziende la necessità di aggiornarsi, stare al passo con i tempi e affrontare strategie che in passato erano marginali».
Quale futuro ha la sua azienda frutticola?
«È molto problematico, in quanto nessuno dei miei due figli ha scelto di rimanere in azienda a tempo pieno, uno è funzionario dell’Itas, dove si occupa del settore assicurazioni agricole con particolare riferimento alla valutazione dei danni. L’altro lavora in una ditta privata. Certo, mi danno una mano nei fine settimana o durante il periodo di raccolta, ma questo in prospettiva non è abbastanza».
Pentito della scelta fatta oltre mezzo secolo fà?
«Certamente no, ho continuato il lavoro della mia famiglia, portando avanti gli sforzi fatti dai miei genitori e ancora prima dai miei nonni, che con tanta fatica sono passati dalla mezzadria ad essere proprietari dei terreni coltivati.
Per me l’agricoltura non è solo un fatto economico ma è il legame con il territorio e con la mia famiglia. Fare l’agricoltore mi ha permesso di stare bene, di vivere il lavoro con piacere e passione e di creare anch’io qualcosa per me e per la mia famiglia».
L’agricoltura ha maggiori aiuti che in passato?
«Gli aiuti ci sono, basti pensare all’agricoltura 4.0, alle diverse misure dei piani di gestione rurale ma purtroppo molto spesso sono più facilmente accessibili alle grandi realtà e non ai piccoli imprenditori, perché necessitano di investimenti iniziali importanti e di pratiche burocratiche alle volte nemmeno comprensibili da agricoltori “vecchio stampo”».
Cosa dovrebbe fare l’ente pubblico per incoraggiare i giovani a restare in azienda?
«L’ente pubblico sta facendo, con gli aiuti all’imprenditorialità giovanile, ma i giovani rimangono in azienda nel momento in cui c’è la certezza economica. Questa credo sia raggiungibile con una visione di sistema, che consideri la valorizzazione di prodotti e territori. Il sistema tuttavia, in una realtà come la nostra, non può solo puntare a crescere a livello internazionale e non deve perdere di vista le caratteristiche delle nostre aziende e la diversità tra esse».
Rapporti con l’ambiente?
«Come ho già detto l’agricoltura è territorio e quindi anche valorizzazione di un patrimonio a livello turistico.
La valorizzazione del territorio non può prescindere dal rispetto dell’ambiente. Anche questo purtroppo si traduce in maggiori costi per le aziende, che devono adottare procedure specifiche e continuare ad aggiornarsi, ma sono convinto alla lunga i benefici siano molti di più dei costi».
Per decenni lei è stato leader a livello provinciale nel campo agricolo: negli anni '80 consigliere dei Clubs 3P, poi di Coldiretti e del Consorzio Atesino di bonifica, qualche rimpianto su questi incarichi passati?
«Ho sempre cercato di dare il mio contributo portando esperienze e la voce degli agricoltori. Abbiamo affrontato tante tematiche e negli anni '80 un’agricoltura in continua crescita e evoluzione, dove c’era tanto entusiasmo e tanta positività verso le nuove sfide.
Oggi forse manca proprio l’entusiasmo che ci guidava. Non ho rimpianti, ma l’augurio che torni il nostro entusiasmo, che rimane l’atteggiamento giusto per affrontare le sfide».