Carlo Berti e la moglie Alice, mele dalla val di Non a tutto il Trentino e oltre
Banco di Sanzeno, a 78 anni è ancora attivo nell'azienda che fu di suo padre e che oggi vede impegnati due dei suoi quattro figli: «I contadini custodiscono la terra cercando di rispettarla e di trasferirla in ottimo stato alle future generazioni»
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Iniziamo la nuova serie del 2026, di come eravamo dalla valle di Non e precisamente dal paese di Banco, uno dei più agricoli della valle, dove fra l’altro si producono fra le migliori mele.
Il nostro protagonista di oggi è Carlo Berti di anni 78, ancora molto attivo in azienda. Prova ne sia il fatto che tre giorni alla settimana prende il camion carico di mele ed assieme a sua moglie Alice le porta nelle valli del Trentino dove non si producono, facendo il porta a porta dei clienti sia privati che strutture alberghiere.
Così percorre dalle valli Giudicarie, alla valle di Fiemme e Fassa, ma arriva fino sull’Altipiano di Asiago.
Carlo è figlio di Guido Berti grande agricoltore e leader del comparto agricolo, che negli anni Settanta del secolo scorso era vicepresidente della Cassa mutua dei Coltivatori diretti. L’impegno verso la comunità è stato una costante della sua vita, come sindaco, presidente della Cassa rurale e del consorzio irriguo Pozcadin, con la realizzazione dell’importante galleria che ha consentito l’irrigazione dei terreni del comune e il conseguente sviluppo frutticolo.
L’azienda di Berti, in cui oggi lavorano anche i due figli Cristian e Paolo, si sviluppa su oltre 8 ettari di meleti ed è divisa in oltre 20 appezzamenti.
Siamo in presenza di una bella azienda frutticola che Carlo ha ereditato dal papà liquidando la parte delle sorelle e poi incrementandola.
Sempre attento all’innovazione delle tecniche di produzione e delle varietà e con la realizzazione di una struttura per la conservazione della frutta e la lavorazione, in parte venduta direttamente ai fidelizzati consumatori, con la massima attenzione alla valorizzazione del prodotto e del rapporto umano fra l’agricoltore e gli acquirenti. La restante parte,viene venduta a grossisti con distribuzione a livello nazionale.
Carlo ha sempre avuto una propensione, tramandata dal padre, di dedizione alla comunità e di fiuto commerciale e una sensibilità innata al lavoro e all’impegno, tant’è che, finito il lavoro nei campi, si è sempre dedicato a una seconda attività. Ha infatti collaborato in valle con la ditta che vende macchine agricole di Oreste Pisoni.
Ha inoltre avuto incarichi in enti agricoli ed è stato prima assessore per 10 anni e poi per altrettanti sindaco di Sanzeno.
In questi anni ha cercato di favorire un dialogo fra la comunità agricola, le istituzioni e lo sviluppo complessivo del comune. Fra le varie attività ha fortemente voluto e realizzato la nuova sede del complesso scolastico comunale accorpando le tre frazioni, la nuova sede municipale, il Museo retico. E ha condotto in porto l'acquisto di Casa de Gentile che progressivamente è diventato un punto di riferimento culturale dell’intera valle.
Ma com’è cambiata l’agricoltura negli ultimi 40-50 anni? Carlo nella sua vita ha vissuto tutte le diverse fasi dello sviluppo della frutticoltura, ricorda il passaggio dal soggetto franco come porta innesti, alla M9 una vera rivoluzione.
Ricorda da giovane gli ampi spazi centrali fra i filari. Ancora piccolo, curioso e attento, partecipava nel 1959, con il papà, alle riunioni con i dirigenti della Provincia Gino Salvaterra, Dario Pallaoro e Mario Hueller. In quell’anno sembrava un’attività da fantascienza mettere a dimora 35 piante della varietà, allora sconosciuta, la golden.
«Negli anni successivi, sempre con il supporto della Pat, con degli amici - racconta - abbiamo addirittura realizzato un piccolo vivaio per moltiplicare il materiale per i nuovi impianti e iniziato la nuova avventura».
Lei ha vissuto anche la rivolta di un certo mondo verde contro i frutticoltori della valle di Non, degli ultimi anni, come sono i rapporti oggi?
«Nel corso degli anni le conoscenze, la dinamicità e i percorsi di studio dei figli all’interno delle famiglie, la facilità nella comunicazione, l’evoluzione dei sistemi della filiera agroalimentare che accoglie oggi centinaia di lavoratori contribuendo alla sostenibilità delle aree rurali, l’informazione corretta rispetto alle sensibilità degli agricoltori che custodiscono la terra e vivono in simbiosi con essa cercando di rispettarla e trasferirla in ottimo stato alle future generazioni, hanno contribuito a facilitare un rispetto reciproco nella comunità».
Il passaggio alla produzione integrata ha comportato una forte riduzione dei fitofarmaci nei campi. Qual è ora il suo rapporto con l’ambiente?
«L’agricoltore da sempre è attento al contenimento dell’utilizzo di fitofarmaci, banalmente questo comporta anche una convenienza economica in termini di minori costi.
Questa caratteristica si evidenzia anche nella capacità e lungimiranza di aver adottato già dagli anni '80, protocolli volontari di lotta integrata più restrittivi di quanto permette la normativa. Convintamente gli agricoltori hanno supportato lo sviluppo di enti dedicati, inizialmente l’Esat e poi la Fem, per trovare le soluzioni a minor impatto su ambiente e comunità.
Orgogliosamente passeggiando per i campi possiamo godere della melodia del cinguettio degli uccelli con infiniti nidi realizzati sulle nostre piante».
Ritiene possibile un passaggio alla coltivazione con il metodo biologico?
«Mi limito ad alcuni concetti: è indispensabile che l’agricoltore abbia una sostenibilità economica per svolgere il suo lavoro e consentire alla comunità di mangiare, di godersi l’ambiente e il paesaggio e di poter trovare un equilibrio per viverci anche nella logica della caratteristica biologica delle produzioni.
Dal punto di vista della salubrità ritengo comunque che l’attenzione alla minimizzazione dell’utilizzo dei prodotti e di sostanze a sempre minor impatto, grazie alla ricerca e alla sensibilità degli agricoltori e delle organizzazioni degli stessi, vada nella direzione corretta».
Come vede il futuro della sua azienda, i suoi familiari vi sono impegnati?
«Due dei miei quattro figli si dedicano all’azienda agricola con passione e sono felici e soddisfatti del loro lavoro. Anche gli altri due sono legati con la loro professione all’agricoltura. Ho poi un nipote, Devid, appassionato di motori, ma è anche molto interessato ai trattori e ai campi...».
Pentito della scelta fatta oltre mezzo secolo fa?
«No, sono sereno, fiero e soddisfatto per l’evoluzione che ho avuto il privilegio di vivere.
Cosa dovrebbe fare l’ente pubblico per incoraggiare i giovani a restare in azienda?
«Ritengo vi siano due condizioni che rendono interessante la loro vita, il primo sociale e il secondo economico. Dal punto di vista sociale è stato fatto tanto, noi siamo convinti e fieri. Dal punto di vista economico anche è stato fatto tanto e la redditività consente anche ai giovani di avere una vita di soddisfazione. L’ente pubblico in partnership con le organizzazioni agricole dovrebbe favorire condizioni di crescita della capacità e delle dinamiche del mondo e della corretta gestione aziendale ai giovani».
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