intervista

Aldeno, Paolo Malfer e il grande sogno dello spumante

Nel 1963, da studente, si appassionò allo Champagne e dopo anni di prove, nel 1982 avviò la produzione: erano 1.500 bottiglie, oggi l'azienda ne sforna 180.000. «Il segreto è semplice: passione, costanza e rispetto per la terra. Ogni passo è stato fatto con attenzione e coraggio, ascoltando il passato ma guardando avanti»
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CARLO BRIDI
ALDENO


La nuova storia dell’ultrasettantenne di questa settimana viene da Aldeno. È una storia che quasi ha dell’incredibile, di un appassionato di spumante che ora ha 76 anni, Paolo Malfer, che nel lontano 1963, quando frequentò la scuola di avviamento agrario (non c’erano ancora le scuole medie), su un libro di scuola trovò un racconto che parlava dello Champagne. Ebbene, quella scintilla divenne l’interesse maggiore per tutta la sua vita.

Dopo anni di prove, nel 1982 Malfer, iniziò a produrre le prime bottiglie di spumante, 1500 per la precisione, ci spiega, e le vendette già 15 mesi dopo la sboccatura: in quei tempi non si parlava di millesimato. 

Ebbene a distanza di 43 anni le bottiglie prodotte nell’ultimo anno sono state 180.000, e si è arrivati a 10 referenze, con l’ultima riserva presentata a Merano.

Negli anni Paolo Malfer è stato affiancato prima dal figlio Giacomo e poi anche dal fratello Stefano.

Allora Paolo, un bel percorso di vita e d’impresa il suo, che cosa è cambiato in tutti questi anni?

«Praticamente tutto: le tecniche di produzione, le attrezzature, il modo di comunicare il vino e persino il gusto dei consumatori. Ma una cosa non è mai cambiata: la passione per quello che facciamo. Ho sempre creduto che la qualità nasca dal rispetto per la terra e dalla cura dei dettagli. Questo è rimasto il filo conduttore del mio lavoro, sin dai primi esperimenti in cantina».

Possiamo tracciare, in sintesi, l’evoluzione della sua azienda, oggi guidata dai figli?

«Reví è nata nel 1982 da una passione personale. All’inizio producevamo appena 1.500 bottiglie, mentre oggi siamo arrivati a circa 180.000 l’anno, distribuite in dieci etichette diverse. È stato un percorso di crescita costante, fatto di studio, sacrificio e fiducia nel nostro territorio. Oggi i miei figli Giacomo e Stefano hanno raccolto il testimone, portando nuova energia e competenza».

Com’era la situazione produttiva negli anni ’80 rispetto a oggi? 

«Negli anni ’80 il metodo classico trentino era agli inizi. C’erano poche aziende e tanto entusiasmo, ma si lavorava in modo quasi artigianale. Oggi la tecnologia e l’esperienza ci permettono di essere più precisi, ma lo spirito è lo stesso: produrre uno spumante che racconti il Trentino. Abbiamo fatto grandi passi avanti in qualità, pur restando fedeli al metodo tradizionale».

È partito da solo: oggi a quante persone dà lavoro l’azienda, tra vigna e cantina?

«Quando ho cominciato, ero solo, con l’aiuto di mia moglie Carmen e di mia cognata Giovanna. Oggi Reví è una piccola realtà strutturata che dà lavoro a 7 persone tra la parte agricola e quella di cantina. È una soddisfazione sapere che un sogno personale sia diventato un’impresa familiare che crea valore anche per il territorio».

Qual è il segreto che ha permesso una crescita così importante?

«Il segreto è semplice: passione, costanza e rispetto per la terra. Ogni passo è stato fatto con attenzione e coraggio, ascoltando il passato ma guardando avanti. Rivolgendoci ad un mercato in evoluzione e crescita mantenendo fede alla nostra filosofia produttiva».

Come sono cambiati i gusti dei consumatori di bollicine in oltre quarant’anni?

«Tantissimo. Negli anni Ottanta si cercavano vini semplici e immediati, oggi invece c’è una maggiore consapevolezza. Il pubblico vuole sapere cosa beve: ricercandone il valore e la salubrità. C’è curiosità, cultura, desiderio di autenticità.

Più nello specifico pensando alla nostra storia - sono oltre quarant’anni che produco la tipologia Dosaggio Zero - mi ricordo nell’’83 quando uscì la prima annata dell’attuale nostra etichetta argento, a parte pochi appassionati non era una tipologia sposata dal mercato. 

Anzi ho bene in mente quando mi confrontavo con altri colleghi in merito al mio spumante non dosato che spesso tradiva il gusto diffuso del bevitore di quei tempi. Oggi invece, riscontriamo largo interesse per gli spumanti dosaggio zero, con un bevitore che spesso li predilige rispetto altre etichette Brut o Extra Brut».

Qual è oggi il ruolo dei suoi figli in azienda?

«Giacomo e Stefano hanno un ruolo centrale: sono loro a gestire l’azienda, ognuno con le proprie competenze. Io continuo a essere presente, ma più come guida e punto di riferimento. Con Giacomo dedicato al marketing e al commerciale e Stefano responsabile della produzione e amministrazione.

Mi rende felice vedere che hanno lo stesso entusiasmo che avevo io all’inizio, ma con una visione più moderna e internazionale».

Ritiene che l’istituto Trentodoc stia svolgendo un buon lavoro?

«Assolutamente sì. L’Istituto Trentodoc ha dato un contributo decisivo alla crescita e alla tutela del nostro metodo classico. Da quando è nato, nel 2007, ha fatto molto per la promozione e la valorizzazione del marchio, portando il Trentodoc a farsi conoscere anche all’estero. È una realtà che unisce i produttori e rafforza l’identità del territorio».

Come valuta il Trentodoc Festival, giunto alla quarta edizione?

«È un evento davvero importante, che celebra il nostro lavoro e la nostra passione. Ogni anno in crescita e riesce a coinvolgere non solo gli addetti ai lavori ma anche tanti appassionati. È un momento di confronto e di festa che fa bene a tutto il comparto».

Quali sono, secondo lei, le prospettive per il Trentodoc?

«Le prospettive sono ottime. Il Trentodoc è sempre più apprezzato per la sua eleganza e la sua identità territoriale. La qualità media è altissima, e c’è una grande attenzione alla sostenibilità. Il futuro sarà segnato dalla continuità produttiva auspicando un’apertura ai mercati internazionali. Anche noi come Revì seguiremo questo percorso. Nel frattempo non mancano le novità e fra pochi giorni, a Merano, presenteremo una nuova riserva, che riposa in cantina da molti anni».

La crisi del vino rosso ha toccato anche voi?

«Non particolarmente la crisi del vino rosso, ma parlerei più di una flessione generale. Il mondo delle bollicine ha continuato a crescere, anche in momenti difficili, oggi è inevitabile anche per noi riscontrare un rallentamento. Una flessione appunto che deriva in primis dal momento storico di contrazione economica e di insicurezza generale e solo marginalmente per un cambiamento di stile di consumi».

Da qualche anno siete anche olivicoltori. Come è nata questa scelta?

La passione per la terra non si ferma al vino. Da oltre vent’anni abbiamo un piccolo oliveto a 300 metri s.l.m. sotto Garniga Terme, dove coltiviamo il cultivar Casaliva, e più recentemente abbiamo acquisito due oliveti a Cirò, in Calabria. Produciamo un olio extravergine di altissima qualità.

Un sogno che continua, dunque...

«Sì, assolutamente. Quando ripenso a quel ragazzo che voleva imitare lo Champagne con dieci bottiglie e un po’ di lievito di birra, mi viene da sorridere. Ma in fondo tutto è cominciato lì. Ho sempre creduto che la passione, se coltivata con pazienza, possa diventare un mestiere e, con un po’ di fortuna, anche una bella storia da raccontare».













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