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«Alla zootecnia di montagna servono politiche diverse, impossibile competere con la pianura»

Primiero, a 79 anni il noto allevatore Giannantonio Gubert è ancora attivo ma rivela il pessimismo per il settore: «Viste le attuali condizioni economiche, in zone come le nostre non vedo un futuro per i giovani». Ecco l'analisi di un esperto, che ha alle spalle anche un lungo impegno associativo per la categoria

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CARLO BRIDI


La nostra storia di oggi viene dal Primiero ed è quella di un allevatore di 79 anni che nonostante l’età cura, con l’aiuto della moglie, una mandria di 17 capi bovini. Si tratta di 12 vacche da latte e 5 capi da rimonta, metà della razza pezzata rossa e metà della razza bruna.

La produzione media a capo non è molto alta, in quanto il nostro allevatore non forza mai nell’alimentazione. Parliamo di Giannantonio Gubert, leader degli allevatori del Primiero, è stato per 15 anni membro del Comitato agricolo comprensoriale, organo decentrato dell’Esat del quale è stato per cinque anni presidente.

Erano proprio i Comitati agricoli comprensoriali che valorizzavano anche il lavoro dei giovani allevatori. «Dare tutto in mano alla Provincia e all’Istituto agrario di San Michele è stato un errore imperdonabile, perché così la partecipazione è sparita», osserva Gubert. 

Allora signor Gubert come sta vivendo la terza età dopo tanti anni d’impegno in prima linea, sempre battagliero?

«Premetto che secondo me l’abolizione delle Esat e di conseguenza dei Comitati agricoli comprensoriali (Cac) è stato per me un "furto" alla categoria agricola. Questo perché di fatto erano gli organismo eletti democraticamente da tutti i contadini del Trentino, qui passavano tutte le scelte che riguardavano il mondo agricolo, nel nostro caso del Primiero-Vanoi».

Gubert è sempre stato molto attento anche alla gestione del Caseificio sociale del Primiero, la cooperativa che raccoglie, lavora e vende pressoché tutto il latte della vallata. I suoi interventi sono stati spesso determinanti per le scelte del caseificio cooperativo. Questo per ammissione anche di ex e attuali dirigenti del caseificio.

«Il prezzo liquidato nella campagna 2024-2025 è stato abbastanza buono in rapporto agli altri caseifici, compresi i 19 punti di premio qualità che io riesco a prendere regolarmente, vado infatti dai 18 ai 22 punti; ma è decisamente insufficiente in rapporto ai costi di produzione», afferma Giannantonio. 

La sua azienda avrà un futuro considerato che il figlio ha preferito lavorare sulle sciovie e la figlia lavorare nel mondo della Cooperazione?

«Mio figlio mi dà una mano, dopo giornata, perché lavora in zona, ma ma non vedo un futuro per la mia azienda. Io purtroppo ho gli acciacchi dell’età e non so fino a quando saprò resistere».

Secondo Gupert, i maggiori problemi che oggi devono affrontare gli allevatori sono l’eccesso di burocrazia che fiacca anche la voglia di chi avrebbe la passione: «Oggi è tutto diverso dal passato, sia per la produzione che per la gestione dell’azienda».

Per lei, la scelta biologica nella coltivazione e nella gestione della stalla ha un senso nella zootecnia di montagna?

«Ritengo che non abbia nessun senso, perché di fatto noi siamo biologici nei nostri allevamenti. Non usiamo concimi chimici, ma solo letame per i prati, e i pochi antibiotici che siamo obbligati a usare per le bovine sono somministrati sotto l’attento controllo del veterinario».

Secondo Gubert, non ci sono prospettive per i giovani che scelgono di fare l’allevatore, i sacrifici da fare sono troppi ed il reddito è modesto. Si salvano solamente quelli allevatori come Giacomo Broch che integra molto il reddito della stalla con l’agriturismo.

«L’ideale per una stalla di montagna sarebbe avere 15-20 vacche da latte ed un bell’agriturismo al suo fianco. Per chi ha solo l’allevamento delle vacche da latte, non vedo futuro. I contributi della Provincia e dell’Unione europea ci sono, ma non bastano.

Secondo me, probabilmente i politici non si rendono conto del danno che porterà la chiusura delle stalle per il turismo montano. Credo che anche l’attenzione della nostra Coldiretti nei confronti di noi allevatori di montagna sia insufficiente. Purtroppo oggi dire che si è allevatori è una vergogna.

Inoltre non registro più lo spirito associativo che c’era una volta. Si sono persi tanti valori. È cambiato tutto, i pochi giovani rimasti fanno la gara a chi ha in trattore più grande anche senza curarsi dell’aspetto economico.

Dal canto suo l’Unione europea sta sbagliando tutto nel sostegno all’agricoltura di montagna e particolarmente della zootecnia di montagna.

Dovendo giocare alla pari per noi è praticamente impossibile essere competitivi con i nostri colleghi della pianura, dove i costi di produzione sono molto inferiori ai nostri: è per questo che non vedo un futuro per i giovani allevatori di montagna», conclude amaro Giannantonio Gubert.













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