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Silvia Valduga, «missionaria laica» dal Sud al Nord

Tredici anni in Nicaragua a formare i leader di comunità. Poi il ritorno in Trentino: a coordinare l’inserimento dei migranti


di Paolo Mantovan


Quando in Trentino, in Italia e in Europa ancora fioriva il desiderio di scendere nel Sud del mondo con uno spirito missionario,con la volontà di ridurre il divario di povertà, Silvia Valduga, giovanissima, andò in America Latina. Voleva tanto cambiare il mondo, ma fu il mondo a cambiare lei.

Silvia Valduga, classe 1978, è cresciuta al Brione, il quartiere più giovane di Rovereto. Padre di Terragnolo, madre di Mori, in casa respirava un clima di grande attenzione ai temi sociali. Ma è stato intorno ai sedici anni che sentì crescere dentro di sé il sentimento dell’indignazione. Lo scoprì leggendo “Fecero appassire i nostri fiori”, un libro-testimonianza sulla realtà dei campesinos in Nicaragua, scritto da uno zio acquisito di Silvia, Ubaldo Gervasoni. «Un libro duro, molto forte, scritto da una persona vicina a me». Ne restò segnata. E iniziò a frequentare, oltre che la parrocchia, anche ambienti pacifisti e missionari. E continuava a sollecitare la sua indignazione attraverso libri e letture che la portavano col pensiero laggiù, nel Sud del mondo, dove c’erano gli oppressi, i reietti, e dove si muoveva una chiesa «concreta», che si sporcava le mani cercando di vivere la fede dentro la storia. «Così ho cercato occasioni e ho iniziato con “Operazione Colomba” andando in Croazia, nel dopoguerra, a fianco degli sfollati che stavano tornando a casa». Poi la marcia di riconciliazione in Congo; e poi nel Chiapas, lo stato più a sud e più povero del Messico, per un intervento di interposizione pacifica tra i gruppi in conflitto. Un periodo importante, di formazione, di ricerca del proprio progetto di vita. E Silvia, che nel frattempo studia Scienze dell’Educazione, sente che non basta più questo yo-yo tra le brevi missioni nei luoghi dell’ingiustizia e il ritorno al tran tran del benessere del Nord.

«All’inizio sei giovane e vuoi risolvere le cose, vuoi cambiare il mondo» sorride Silvia mentre si guarda le mani che giocherellano con una tazzina di caffè. «Poi capisci che puoi forse soltanto contribuire a proporre, puoi offrire il tuo granellino». Ma quello è il momento delle svolte. E Silvia sceglie il Nicaragua. «Volevo un progetto duraturo, non una capatina. Volevo un luogo in cui si potesse pianificare qualcosa. Ho finito l’università e poi sono andata in Nicaragua, a Waslala, dove ho conosciuto una realtà rurale». E lì è rimasta tredici anni, come missionaria laica.

«Ho capito subito che dovevo studiare di nuovo. E visto che dovevo lavorare con i contadini, mi sono iscritta a un istituto agrario: tre anni di scuola». Silvia, invitata da uno dei sacerdoti missionari che tiene in piedi la parrocchia, sprofonda subito in questo mondo totalmente “altro”. La parrocchia è un motore di impegni sociali. Silvia si occupa di formazione degli insegnanti di scuola elementare. «Tenete presente che questi maestri erano praticamente ragazzini e ragazzine appena usciti dalla sesta elementare. E poi si trattava di una società ricca di divisioni: fra cattolici ed evangelici, fra sandinisti e liberali...». Mica divisioni qualsiasi in un Paese da poco uscito dalla rivoluzione e dalla guerriglia. «E infatti la nostra principale occupazione era la mediazione sui conflitti che nascevano tra famiglie e insegnanti». Tutt’altro che vita da classica parrocchia del nostro mondo... «In realtà erano tutti progetti laici: sulla salute, sull’educazione, tutto era improntato alla laicità perché i servizi erano organizzati dalla chiesa ma soltanto perché lo Stato non era in grado di soddisfarli. Era un lavoro in sostituzione delle istituzioni civili». Ma anche la chiesa è molto diversa da quella che siamo abituati a conoscere quassù. «Avevo diversi colleghi laici e insieme curavamo la formazione dei Leader di comunità. La formazione era sulla scia della Teologia della Liberazione. Io rimasi colpitissima: là ho riscoperto un modo di essere credente che avevo smarrito, un modo che un po’ per volta mi ha cambiata, che ha collegato le cose in cui credevo con le cose che facevo».

Quindi tornare qui è stato uno choc, vero? «Uno choc pazzesco. A volte dico a mio marito che sembro più scombussolata io per il ritorno che lui nel confrontarsi con un mondo nuovo». Già, perché tredici anni in Nicaragua non sono solo un pezzo della vita, sono anche una nuova vita. Silvia si sposa con Gerald, agronomo, e costruisce una famiglia. Adesso ha quattro figli: un maschio e tre femmine. È rientrata in Trentino da più di due anni e lavora qui, ma certo è come se fosse in una «terza vita».

Il vero choc? «È il tempo. Si vive in un tempo diverso: sia per la differenza fra lentezza e velocità, sia per la circolarità. Qui si tende a guardare avanti, si immaginano cose a lunga scadenza. Là si pensa a oggi e a domani. Là tutto è meno strutturato e quindi da costruire. Però è meno dispersivo. Qui è più difficile coinvolgere e muovere». Beh, è il grande choc dei missionari che rientrano da quei paesi. Il nostro Nord è una società stanca e frammentata, no? «Sì, ma soprattutto è un po’ vecchia. Qualche mese fa sono tornata a Waslala con le due bimbe più piccole e Zoe, quella di quattro anni, mi ha detto: “Mamma, ma questa è una città fantastica”. Io guardavo le strade di terra battuta, alcune case fatiscenti e non capivo: lei aveva gli occhi che brillavano. Perché fantastica? le ho chiesto. E lei: “Ma guarda mamma: è piena di bambini!”. Ecco, credo abbia detto tanto. I ragazzi e i bimbi non portano soltanto allegria e creatività, ma cambiano anche l’umore degli adulti e degli anziani».

Ora Silvia è passata dall’altra parte dell’impegno. Sulla nuova frontiera: la migrazione dal Sud al Nord del mondo. Silvia Valduga è una operatrice della cooperativa sociale Punto di approdo di Rovereto che lavora nel progetto di accoglienza straordinaria dei richiedenti asilo coordinato dal Cinformi. È un’operatrice dell’area di relazioni di comunità: cioè è una delle persone che costruisce rapporti e incontri, con istituzioni e associazioni, che prepara il terreno.

Praticamente segue i flussi della storia. «In effetti...». Che cosa ha imparato Silvia nel Centro America e nel Sud del mondo che ora l’aiuta in questo nuovo lavoro? «Tanto. Innanzitutto un atteggiamento battagliero ma con la comprensione dei limiti: non credo più di poter risolvere le cose, ma so accettare di offrire semplicemente il mio granellino. Poi certamente il fatto che senza fare gruppo, senza comunità, senza numeri importanti non si va da nessuna parte. È fondamentale l’incontro fra le persone e il coinvolgimento: quindi è sempre meglio mediare, senza scendere a eccessivi compromessi, perché l’incontro è il valore superiore. Sia dentro una comunità, sia fra istituzioni».

In concreto? «Penso a cose della mia vita qui. Piccole cose. La priorità credo sia la vita di comunità e allora non è possibile arrivare allo scontro con il mio vicino per dei dettagli se l’importante è cambiare la vita di comunità. E questo devo cominciare a farlo col mio vicino. Se al Brione ci sono due associazioni diverse che puntano al sociale ma si scontrano fra loro, siamo all’assurdo».

Qui invece siamo alla frammentazione anche fra associazioni. Forse ormai siamo corrotti da consumismo e individualismo. Parliamo di tradizioni e di comunità, ma ce ne freghiamo. «Sicuramente c’è stato un lungo periodo che io chiamerei di “pancia piena”, a tutti i livelli, anche dentro la chiesa. Le poche voci critiche venivano da alcuni missionari». E ora i nuovi missionari sono le donne.

Ma qui è possibile ricostruire un senso di comunità? «Guarda che c’è tanta gente che ci sta provando a costruire dimensioni comunitarie. Bisogna partire dal quartiere, dal nostro piccolo mondo quotidiano. Io al Brione sono attiva in “comun’Orto” uno spazio per coltivare insieme dove ora facciamo anche aperitivi nell’orto. Sono modi per stare insieme. Bisogna recuperare la nostra capacità di essere prossimi». Perché il ritorno qui? «Ho pensato ai figli. Ho pensato a dar loro delle opportunità. Qui credo ce ne siano ancora. Ho avuto grandi sensi di colpa e tuttora sento una stretta al cuore. Ma comunque la vedessi, e per quanto simili si potesse cercare di essere, io ero diversa per origini».

E poi ci sono cicli della vita, no? «Sì, ci sono cicli. Anche per il futuro. Mai dire mai».













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