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«Covid, l'anomalia trentina: quando c’erano più morti che contagi»

Il consigliere Pd Luca Zeni: "In Trentino forzata la zona gialla. Se anche fosse stato un tentativo per salvare la stagione turistica invernale, fallì"


Ilaria Puccini


TRENTO. «La più grande macchia che rimarrà su questa legislatura è la seconda fase del Covid, quando per mantenere a tutti i costi la zona gialla e per provare a riaprire le piste da sci si attuò un escamotage sui dati dei contagi che causò alcune centinaia di morti in più».

Nel corso del Consiglio provinciale di martedì 25 luglio, in cui si sono tirate le somme dell’operato della Giunta Fugatti, il consigliere Pd Luca Zeni ha ricordato la politica sanitaria provinciale durante la seconda ondata di Covid nel tardo autunno 2020. «In particolare- afferma - la Giunta e l'Azienda Sanitaria operarono uno sfasamento unico in Italia tra il momento della somministrazione dei test antigenici rapidi e la successiva conferma tramite tampone molecolare. Visto che a livello ministeriale i dati considerati nel calcolo dei contagi erano solo quelli dei tamponi molecolari, questo permise di mantenere il numero dei contagi più basso che in altre regioni, facendo risultare il Trentino zona gialla quando la situazione negli ospedali era ben più grave». Una ricostruzione che condivide il lavoro fatto da Emanuele Curzel, professore di storia all’Università di Trento che su Il Nuovo Trentino di domenica 23 luglio ha ricostruito quel periodo.

La seconda ondata fu una delle fasi più gravi della pandemia.

Venivamo da un’estate di riaperture, rassicurati dal calo dei contagi e dai test rapidi come strumento di monitoraggio. Ma tra fine ottobre e inizio novembre, con la seconda ondata, io per primo rilevai un’anomalia nel metodo con cui venivano calcolati i contagi.

In che cosa consisteva?

Il numero dei ricoveri e dei morti per Covid era più elevato rispetto a quello dei contagi. Questo dava spazio a due spiegazioni: o eravamo in presenza di un ceppo diverso con maggior mortalità, che avrebbe avuto anche un’evidente rilevanza scientifica o, come è stato invece il caso, qualcosa non tornava nella diagnosi dei contagi.

All’epoca i test antigenici rapidi richiedevano la conferma di un tampone molecolare.

Allora l’affidabilità dei primi non era ancora considerata molto elevata. Se nelle altre regioni italiane al test rapido seguiva immediatamente il tampone, a inizio novembre la Provincia decise di spostare il tampone molecolare a 10 giorni di distanza dal test antigenico. Un intervallo in cui una parte di pazienti positivi faceva in tempo a negativizzarsi. Mentre nelle altre regioni e province italiane i numeri di contagi da antigenici e da molecolari erano dunque allineati, in Trentino questo ritardo portò ad un ampia sfasatura. Questa politica portò a un abbassamento artificioso dei contagi, calcolati a livello nazionale sulla base dei tamponi molecolari, e fu denunciata dall’allora Rettore dell’Università di Trento Davide Bassi nel suo blog.

Eravamo gli unici a fare così? Da Roma non dissero nulla?

Siamo stati gli unici. Sin da subito sia io che l’Università segnalammo l’anomalia al Governo, senza ottenere risposta . Forse perché il nostro sistema sanitario per fortuna aveva dimostrato resilienza maggiore che da altre parti, forse perché appariva come una questione minore o periferica.

All’inizio la Provincia divulgava entrambi i tipi di positività.

Ma a inizio novembre il direttore Apss Antonio Ferro dichiarò che così si faceva confusione. Le richieste di accesso agli atti hanno rivelato che ci sono stati migliaia di contagi in più di quelli “ufficiali”. Inoltre chi risultava positivo all’antigenico doveva fare un’autodichiarazione, mentre violare la quarantena uscendo di casa dopo un test molecolare significava compiere un reato.

Quand’è che questa differenza nella diagnosi si fece rilevante?

Quando il Governo istituì per decreto la suddivisione in zone gialle, arancioni e rosse. Il Trentino rimase zona gialla dal 6 novembre al 23 dicembre 2020, finché il Governo non chiuse tutto con il decreto Natale. Se anche fosse stato un tentativo per salvare la stagione turistica invernale, fallì.

Come si è giunti al calcolo che con maggiori restrizioni il Trentino avrebbe avuto meno morti?

Tutto è nato da un’analisi comparativa delle regioni per valutare l’efficacia delle misure di chiusura a cura del professor Enrico Rettore dell’Università di Padova. Da questa valutazione emerse che con maggiori restrizioni il numero di contagi, dunque di ricoveri e morti, diminuiva. E qui avremmo avuto circa 270 morti in meno.

Si voleva evitare la zona rossa per motivi economici?

Non c’è mai stato alcuno studio che abbia provato un andamento economico diverso in base al colore della zona. La zona gialla del Trentino è dipesa da un metodo forzato, scorretto e consapevole.

 













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