«Paolo, grande profeta della bellezza» 

La chiesa di S. Caterina gremita per salutare chi «ci ha insegnato a non piangersi addosso ma a percorrere strade nuove»


di Giancarlo Rudari


ROVERETO. Il sorriso stampato in volto, la tipica camminata a grandi falcate, in una mano la borsa in cuoio in oscillazione che assecondava il passo, l’altra mano alzata in segno di saluto. Un ciao, un arrivederci, un «esco un attimo e ci vediamo tra poco». Questa è l’ultima immagine che mi resta di Paolo Manfrini. Un’immagine in bianco e nero, mentre lui, camminando su un marciapiede, esce di scena. Un’immagine, non una foto. Perché quel Paolo che saluta e se ne va l’ho visto in sogno, chissà forse nell’ora della sua partenza, prima di essere svegliato da un sms: “È morto il nostro comune Amico...”. Il Paolo del sogno era esattamente il Paolo della realtà, quello conosciuto agli inizi degli anni Ottanta quando iniziai a collaborare con l’allora “Alto Adigecome corrispondente da Avio, il Paolo caposervizio nella redazione (assieme ad Orfeo Donatini, Antonella Mattioli, Franco Battisti, Nora Gianmoena, Antonio Passerini...) in corso Rosmini sotto il condominio Venezia che ti insegnava un mestiere con professionalità, anche con severità talvolta ma sempre con quella vena di positività e di ottimismo che non sono mai venuti meno anche nei momenti della malattia che non ha lasciato scampo a Paolo. L’essenza di Manfrini stava in quel sorriso che diceva più di mille parole, in quel sorriso (talvolta ironico e beffardo) che ti contagiava e ti spronava a pensare che sì, dai che ce la facciamo, che i sogni possono diventare realtà. E qui sta il senso della positività di Manfrini ricordato nell’omelia da padre Gianni (la messa è stata concelebrata con don Nicolli e don Laghi) e nella preghiera dei fedeli «perché la positività, la gentilezza e il rispetto delle persone che hanno contraddistinto Paolo, siano d’esempio ... promuovendo i valori e la bellezza della nostra terra...». Bellezza, anzi, di «grande profeta della bellezza» ha parlato il parroco di Santa Caterina nel definire la personalità di Manfrini, «un dono grande alla famiglia e alla città» testimoniato dalla presenza di centinaia di persone che non tutte sono riuscite ad entrare in chiesa. A salutare Paolo e a testimoniare la vicinanza alla moglie Marisa e alle figlie Francesca ed Ariele c’erano moltissimi amici, giornalisti (dal vicedirettore Paolo Mantovan a Orfeo Donatini vicepresidente della Seta mentre il direttore Alberto Faustini aveva fatto visita in mattinata alla camera ardente), imprenditori, amministratori comunali (il sindaco Valduga e mezza giunta) e provinciali (il presidente Rossi e gli assessori Mellarini, Olivi e Gilmozzi), ex responsabili del turismo provinciale (Manfrini dopo l’Alto Adige aveva diretto l’Apt provinciale per arrivare poi a diventare amministratore delegato di Trentino Marketing), imprenditori del turismo, teatranti (la sua filodrammatica di Lizzana schierata accanto alla bara con una rosa bianca in mano) e musicisti per un funerale-concerto. Con le note di Leonard Cohen riuonate sia in chiesa (con il primo violino Daniele Paolo Anderle e il suo gruppo e la concertina di Gianfranco Grisi) che davanti al Museo con Mario Brunello (uno dei primi protagonisti delle “Albe” e dei “Suoni delle Dolomiti” ideati da Manfrini). Tanti i volti rigati dalle lacrime, tanti i fazzoletti per trattenere la commozione, tanti gli abbracci alla moglie e alle figlie. Ma anche tanta serenità perché «dobbiamo pensare a Paolo come a un profeta della bellezza della cultura e dell’arte che ha percorso strade nuove che altri non avevano visto. Ha fatto parlare i laghi e le montagne, ha fatto dialogare il mondo con Oriente Occidente, ha fatto sì che la nostra storia diventasse una ricchezza. Paolo ci ha insegnato a non piangerci addosso, ma ad avere il coraggio di affrontare la malattia. Il sorriso - ha ricordato padre Gianni - è il ponte dove inizia la relazione. E quello di Paolo sarà davvero impossibile da dimenticare...»

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