il caso

La sorella di Sara Pedri: “Era sola, fino a che ha deciso di scomparire”

 Emanuela Pedri è intervenuta ad un convegno sul mobbing: “Mai sottovalutare il problema”

IL PODCAST. “Questa volta non ce la farò”: il racconto in 9 puntate


di Marianna Malpaga


TRENTO. "Più di tutto vorrei che venisse insegnata l'empatia, la capacità di mettersi nei panni degli altri. Questa capacità la si dovrebbe insegnare fin da piccoli, attraverso la famiglia, la scuola, le istituzioni". Lo ha detto Emanuela Pedri, sorella di Sara, la ginecologa forlivese di cui non si hanno più notizie da quando, il 4 marzo 2021, la sua auto è stata ritrovata nei pressi del ponte di Mostizzolo. Per il caso Pedri la procura di Trento ha chiesto il rinvio a giudizio per Saverio Tateo, ex direttore dell'Unità operativa di ostetricia e ginecologia dell'ospedale Santa Chiara di Trento e per la sua ex vice, Liliana Mereu.

La sorella della ginecologa, Emanuela, è intervenuta con un audio al convegno "Il mobbing nel pubblico impiego. Un male silenzioso", organizzato da Fenalt a Trento. "Sara si sentiva sola, emarginata, isolata, abbandonata, non capita, non rispettata", ha raccontato. "Aveva iniziato a mettere in dubbio se stessa, le sue capacità, e si incolpava fino a che non si è ammalata e ha desiderato di voler scomparire. Tutto questo le è successo dal 16 novembre del 2020 al 4 marzo del 2021. Più volte da allora mi sono chiesta se Sara si sarebbe potuta salvare e come".

Emanuela Pedri ha parlato della "politica delle porte aperte", che "si basa sulla collaborazione e sul costante confronto tra chi svolge il ruolo di leader e chi, come Sara, passava dalla specialistica all'essere strutturata con chi era già esperto nel suo ruolo, perché da tempo lo svolgeva in quel reparto". Un clima diverso, secondo quanto riportato da Emanuela Pedri, da quello che si respirava nel reparto di ostetricia e di ginecologia dell'Ospedale Santa Chiara di Trento, dove Sara lavorava in vista del trasferimento a Cles.

"Sara si è trovata catapultata in un reparto dove c'era tutto, fuorché la politica delle porte aperte, come dimostrano sia le sue parole, perché Sara parlava di 'un incubo', sia le molteplici testimonianze delle dottoresse finite agli atti della Procura", ha detto Emanuela Pedri, che ha citato tre aspetti fondamentali per un ambiente di lavoro sano. "Sara avrebbe dovuto trovare un ambiente di lavoro che protegge il professionista e la persona, perché il professionista è in primis una persona. E come lo tutela? Attraverso risposte veloci e concrete", ha detto la sorella, che come secondo punto ha menzionato "la constatazione che il professionista non è solo un individuo a sé, ma parte integrante di un gruppo, dove la squadra vince e perde assieme, dove se sbagli non fallisci, ma impari, dove ti danno la possibilità di crescere e di spiccare il volo".

Terzo punto è eliminare la distanza. "Una distanza - ha detto Emanuela Pedri - che ha portato Sara a una solitudine molto profonda. Sara si sentiva sola tra gli altri". Emanuela Pedri ha lanciato anche un invito ai familiari delle persone vittime di mobbing, chiedendo loro di non "sottovalutare il problema, soprattutto se, come nel caso di Sara, ci ha raccontato quello che succedeva attraverso il telefono, attraverso Whatsapp". Infine, Pedri ha invitato i familiari ad "ascoltare tutte le difficoltà" e a "dimostrare vicinanza fisica".













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