L'INTERVISTA francesca lorenzi l’OTTAVA ARTE 

«Fotografo a modo mio, per passione, di cuore» 

L’Arte al femminile. Appassionata da sempre di fotografia, in questi giorni espone la sua mostra “Mirror” alla galleria Craffonara. Con un obiettivo finale: il MoMa o il Tate Modern


Katia Dell’eva


Alto garda. Non ama definirsi “artista”, Francesca Lorenzi, una delle donne del territorio che rappresentano l’ottava arte, la fotografia, e prima delle intervistate che andranno a comporre da oggi un breve excursus settimanale sull’arte altogardesana al femminile. Preferisce piuttosto raccontarsi come “un bombardamento di idee, una creativa”. Insieme a lei abbiamo provato a capire cosa l’abbia avvicinata al mondo artistico, quali siano pregi e difetti dell’essere donna con una macchina da presa in mano, ma anche quali e quante siano le possibilità che il territorio offre a chi vuol portare la propria espressione agli occhi di tutti.

Quando nasce come fotografa e perché?

Non ho studiato fotografia, ma mi è sempre piaciuto scattare. Tecnicamente, mi viene detto, non sono il massimo, anche per esempio per il fatto che quasi mai scatto una foto completa, ma tendo piuttosto a ricercare un particolare, un dettaglio, e a focalizzarmi solo su quello. Cosa, questa, che poi limita le eventuali scelte e modifiche nel momento in cui si va ad esporre. Ma io fotografo a modo mio, per passione, di cuore. Spesso, molti scatti sono legati a viaggi fatti con la mia famiglia, a mani, volti, occhi che mi hanno colpita. La prima esposizione, se vogliamo segnarla come punto “di nascita”, è stata 7 anni fa, poco dopo aver avuto mio figlio Tomaso, si intitolava “Punto rosso”.

Ci dica di più.

Il titolo era legato a una scelta stilistica: le foto erano in bianco e nero (come nel caso di questa attuale mostra “Mirror” che ho attiva in Galleria Craffonara fino al 16 settembre) ma avevano in più sempre una nota di rosso. Dopo quell’esposizione, ce ne sono state altre tre, di cui una in collettivo coordinata dall’associazione AnDromeda (con la quale collaboro anche per “Mirror”).

Quanto sono importanti questi legami territoriali, per l’arte?

Tanto. Questo mondo è composto da gruppi ristretti e spesso inaccessibili, basti pensare a quanti pochi spazi espositivi liberi esistono. A questo si aggiunge la difficoltà di emergere da un posto come Riva. A dare speranza, allora, sono le sintonie: qui sul territorio ho avuto la fortuna di trovare molte persone stimolanti e pronte a lasciarsi stimolare. Così, su due piedi mi vengono in mente Laura Marcolini, Ginetta Santoni, Flavia Chincarini…

Tutte donne. Ci sono vantaggi o sguardi differenti, nell’essere donna in arte?

Penso che una donna sia più curiosa. L’uomo è tendenzialmente concreto, vede l’insieme, noi invece desideriamo sviscerare il dettaglio. Ammetto poi che anche l’essere diventata madre mi ha aiutato da un punto di vista artistico: mio figlio è per me una sfida costante, un modo per mettermi sempre in discussione, che mi porta a stimoli nuovi anche in fotografia.

Cos’è in definitiva per lei allora, a 50 anni, dopo un figlio, la fotografia?

E’ libertà, è il mezzo attraverso cui mettermi in gioco. Se nella vita molte cose che faccio, le faccio tenendo conto degli altri e del loro bene, in arte penso a ciò che piace a me, oso, sperimento, non ho paure. Cosa può succedere, nel peggiore dei casi, che mi dicano un “no” o che non piaccia ciò che espongo? Non è gran cosa. Io vado avanti per la mia strada, tenendo come obiettivo finale quello più prestigioso, che sia una mostra al MoMA o al Tate Modern, ma procedendo determinata un passo per volta, un successo per volta.















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