il racconto

Salvaterra, Patagonia stregata: "Ma ci tornerò"

A 67 anni, uno dei più forti alpinisti non soltanto italiani è tornato il mese scorso dopo l’ennesimo tentativo di aprire una nuova via sulla parete ovest della Torre Egger: "Ho visto il mio compagno cadere battendo sulle rocce, ho pensato che per lui fosse finita. Invece l'ho abbracciato e siamo scesi"


Elena Baiguera Beltrami


TRENTO. Uno dei più forti alpinisti non soltanto italiani è tornato il mese scorso dopo l’ennesimo tentativo di aprire una nuova via sulla parete ovest della Torre Egger in Patagonia, una verticale impressionante, molto spesso battuta dal vento e colpita da pesanti scariche di neve e ghiaccio.

Una parete sulla quale nessuno si era mai avventurato prima di lui e in pochi si vogliono cimentare, divenuta quasi un’ossessione per Salvaterra.

Una tempra d’acciaio quella che gli ha permesso di “conquistare” la vetta del Cerro Torre, sulla via Maestri nell’ottobre del 1983 e di coronare la prima invernale proprio al Torre nel 1985, insieme ad Andrea Sarchi, Maurizio Giarolli e Paolo Caruso. Insomma, uno che non molla.

Del resto, la Patagonia è casa sua, la conosce come le sue tasche, quasi più delle sue Dolomiti di Brenta. Nel 1987 infatti, sempre con Sarchi tenta il concatenamento delle quattro sorelle: Cerro Standhart, Punta Herron, Torre Egger sino al Cerro Torre, senza riuscirci, ma acquisisce una conoscenza di quelle pareti, di quella roccia, di quel clima, di quelle insidie, difficile da eguagliare.

Per la conquista della ovest della Torre Egger siamo al quinto tentativo, Salvaterra era già partito per realizzare quella sua “idea meravigliosa” nel 2013, nel 2014, nel 2017 e nel 2018, ma fino ad ora sono sempre state le scariche di neve e ghiaccio a farla da padrone.



E questa volta, come è andata? Lo chiediamo a questo indomito figlio della Rendena (Salvaterra classe 1955 è di Pinzolo), guida alpina, maestro di sci, protagonista di imprese straordinarie, dal record di velocità nel chilometro lanciato sugli sci nel 1988 (211,640 chilometri all’ora), alle discese estreme con gli sci dal Canalone Neri, dalla nord della Presanella e dallo scivolo nord della Cima Brenta.

«Siamo partiti dall’Italia il 13 ottobre 2022, Fabrizio Rossi, Roberto Pedrotti ed io. Laggiù a El Chaltén ci aspettava Marquiño Scallabrine. L’avventura non inizia nel migliore dei modi, in uno dei trasporti lasciamo il saccone pieno di attrezzatura e ricambi in un luogo all’apparenza sicuro, ma quando siamo tornati il saccone non c’era più. Dopo un lungo cammino con le nostre slitte cariche di materiale, arriviamo ad una cresta detta Roccia Rossa, un luogo strategico per i campi base, e là scaviamo la nostra truna. Dopo 2 giorni, siamo già alla base della parete. Il ghiacciaio è in pessime condizioni. Una montagna di crepacci e tutto è coperto da blocchi di ghiaccio che cadono dall’enorme seracco sopra il canale che porta alla base della nostra parete. Lo conosco bene, saliamo facendo un largo giro a sinistra. Arrivati alla base, Pedrotti avanza sul primo tiro di misto, non tanto facile, soprattutto nella prima parte. Ma il Pedro sale veloce e senza problemi. Poi ritorniamo alla truna: il tempo volge proprio al peggio, neve e tanto vento».

Avete pensato di abbandonare? «No. Roberto Pedrotti è una valentissima guida alpina e un fortissimo alpinista, facevo molto affidamento su di lui. Tutti sappiamo che in Patagonia occorre attendere la finestra di bel tempo che ti permette di avventurarti. Un paio di giorni dopo Pedro ed io andiamo all’attacco. Lui attacca la prima corda fissa e poi parto io. Pochi metri e sento un boato. Non mi giro nemmeno. Questo racconto l’ho già fatto tempo fa, me lo porto ancora dentro. Lo vedo solo diversi minuti dopo quando raggiungo il mio compagno. Anche lui è stato ricoperto da quella nuvola bianca come me. Poi continuiamo a salire e mettere altre corde fisse. Dopo pochi giorni, Marquino abbandona, rinunciando».

Che fare? «Insieme a Pedrotti torniamo in parete, abbiamo installato tutte le corde fisse fino a un punto chiamato Sanadal. Pedrotti vuole andare sul primo tiro, Fabrizio si abbassa per fargli la sicura. Io rimango su un terrazzino, ci parliamo, cerco di dargli dei consigli. Dopo aver messo uno spuntone sale un paio di metri, ad un certo punto è nascosto da una lama, non lo vedo. Sento che pianta un chiodo, si appende con la daisy, e…. Il chiodo non tiene, Roberto vola per una quindicina di metri sbattendo a più riprese contro la roccia».

È panico? «Panico allo stato puro, per qualche secondo resta immobile, ho pensato che per lui non ci fosse più nulla da fare, mi sono sentito morire. Ad un tratto si muove, lentamente e si rimette in piedi. Gli preparo un anello con moschettone e dico a Fabrizio di agganciarlo all’imbrago, lui esegue ed io lo recupero vicino a me e lo abbraccio, perde un po’ di sangue da una ferita sulla mano. Il pensiero è immediato e senza tentennamenti al diavolo la via… Dobbiamo scendere, è finita».

Dice Salvaterra: «È rammarico certo, ma il mio compagno è più importante. Con pochissimo aiuto scendiamo, arriviamo sul ghiacciaio, gli fa male anche un piede, ma lui si fa forza piano piano, dopo diverse ore, arriviamo alla truna. Quindi gli faccio una medicazione come posso e gli applico qualche punto adesivo. Passano un po’ di giorni e appoggia anche il piede, un po’ cammina. Dopo almeno una settimana decidiamo di uscire. Non so se ce la farà, sono preoccupato, ma Roberto affronta 50 chilometri di camminino senza battere ciglio, sono a dir poco esterrefatto ed enormemente grato alla sua tenacia! Poi a El Chalten la visita e una lastra. Finalmente il rientro a casa».

E quindi si scrive la parola fine sulla ovest della Torre Egger? «Chi mi conosce sa che non mi do mai per vinto, nonostante i miei 67 anni, nonostante l’incidente di Pedro, nonostante le difficoltà di quella via. Durante il penultimo tentativo nel 2018, con Alessandro Beltrami, Mirko Povinelli e Giorgio Roat, siamo arrivati a 200 metri dalla vetta, quindi, a mio avviso non si tratta di una montagna impossibile. Il progetto è quello di ritornare in tre. Ho già sentito più volte Pedrotti, che ora sta bene. Tutti lo sanno: quella è la mia via, l’ho individuata, l’ho sfidata più volte e so che quella parete mi aspetta, quindi sì, sicuramente tornerò».

















Montagna







Dillo al Trentino