Ci sono luoghi e spazi che, per la loro collocazione geoambientale, sono delegati nel corso della storia ad accogliere gesta e fatti che hanno coinvolto profondamente quella che si può definire la religiosità popolare, fatta di pellegrinaggi silenziosi in cerca di grazia, di viandanti che si fermano qualche giorno al cospetto di un'icona o di una statua miracolosa, di credenti in attesa di un fatto prodigioso, o semplicemente di un escursionista che si sofferma per ammirarne la bellezza, la tranquillità, la natura.
Uno di questi luoghi, carichi di magia e di suggestione, è San Martino de Trasiel, altresì chiamato Tresendario, Trasandario (= transito, transitorium), presso il lago di Cei, al cospetto della dorsale che dal Monte Bondone digrada, come fosse un moto ondoso, verso le ardue sommità del monte Stivo.
Un luogo sicuramente da annoverare tra i più antichi della Valle Lagarina, oggi appartato ma un tempo, come dimostra il toponimo "trasiel", assai frequentato, via di collegamento tra il fondovalle e il basso Sarca attraverso il valico della Becca.
La chiesa e le sue origini
La piccola chiesa fatta di pietra, che incontriamo su di un dosso, non è solo un tempio costruito al cospetto del cielo ma un vero e proprio monastero, nonostante le sue ridotte dimensioni. Inoltre è considerata la chiesa più antica della destra Adige.
È innalzata in un luogo assai caro ai Romani, le cui testimonianze sono inserite come lacerti nei muri dell'edificio religioso. Si tratta delle tegole che venivano fabbricate in una fornace che si trovava poco distante, in una distesa prativa, un po' paludosa, dove oggi sorge il maso Pra del Rover. Si narra che qui sorgesse anche un tempio dedicato a Mercurio, l'Hermes greco, dio degli scambi e del commercio. E anche questo è una traccia dell'importanza del luogo.
Altre testimonianze romane le troviamo in località che non distano molto da San Martino: Torano (Torianum), Marcoiano, Daiano.
Dal sottostante lago transitava anche la strada imperiale che congiungeva Pedersano e Castellano con Aldeno e quindi Trento.
Più a nord di San Martino si innalza il monte Cimana (il Dosso Pagano indica già un antico luogo di culto), a picco sul fiume Adige dove, a nord-est, troviamo il Prà dell'Albi, detto anche la Berlina – dove le leggende narrano di un sacro tiglio che s'innalzava maestoso –, uno dei castellieri meglio delineati della Valle Lagarina.
Il cenobio e gli eremiti
Il cenobio, di origine longobarda, nasce con finalità di tappa, di ospizio, affiancato da un romitorio dove per secoli si sono stabiliti eremiti che presero il nome di Fratelli del bosco: dovevano tenere e conservare decorosamente la chiesa e il romitorio ed era loro vietato accogliere cacciatori o contrabbandieri di tabacco.
Si ipotizza che l'antica sede dell'eremita fosse l'ambiente che sorge sotto l'abside, fatto questo che ha fatto supporre che all'origine la chiesa fosse dotata di una cripta che in seguito perse tutte le caratteristiche e fu adibita a ripostiglio.
La testimonianza del 1220
La prima testimonianza scritta che troviamo è del 1220 e tratta di una vera e propria depredazione: "Gli uomini di Briano Castelbarco, armigeri della sua masnada, cioè Wilberto figlio di Ottolino di Chiusele, Giaccomo di Andrea, Ottobello figlio di Riprando da Rovereto; quelli della masnada di Adleperio di Castelcorno, cioè Gerardino e Milano, figli di buona femmina, Feverso e Vassallo, ...di notte tempo e furtivamente si recarono alla chiesa di San Martino, sul monte sopra il castello di Barco e quella chiesa, ed i sacerdoti abitanti nelle vicine masserizie, fra i quali viene nominato il prete Engelfredo, per forza spogliarono e depredarono, conducendo seco sette capi di armente, fra buoi e vacche, cento e più capi di gregge, fra pecore e capre, tutte le loro ferramente, i ferri, i rami, la lana e tutte le mobilie della chiesa e della loro abitazione".
Architettura e tradizioni
La chiesa è andata via via cambiando d'aspetto, con aggregazioni successive di edifici e comparsa di altri, conservando però la semplice pianta romanica con l'abside orientata verso il sorgere del sole, sorretta da contrafforti, le finestre strombate atte a "far uscire" la luce proveniente dall'altare.
Il manufatto è di una povertà assoluta, i conci sono a vista e lasciati ruvidi, il piccolo campanile è a vela. Gli affreschi sono totalmente scomparsi, cancellati da un tempo inclemente ma ancor di più dalla dimenticanza dell'uomo. Rimangono i bei mattoni del pavimento a lisca di pesce, provenienti dalla vicina fabbriceria del Pra del Rovro.
In occasione della processione delle rogazioni a San Martino era tradizione anche recente distribuire vettovaglie ai partecipanti.
Il Bus delle Guane
A sud del colle di San Martino, anche se oggi è difficile da individuare, si trova il Bus delle Guane: si narra che qui si trovassero le fate, bellissime donne che uscivano a passeggio per i prati e per i boschi sontuosamente vestite. Chi le avesse incontrate senza far loro atto di omaggio o non avesse obbedito ai loro ordini sarebbe andato incontro a gravissime sciagure.
Le Guane in seguito diventarono streghe e si dice che il venerdì queste, favorite da Satana, scendessero nella parte inferiore della grotta e insieme alla loro regina celebrassero il Demonio con orge e balli osceni. Ancor oggi qualche anziano racconta che di notte le guane escono ad attingere acqua alla fontana di Torano.