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Draghi sferza la maggioranza: «Siete pronti a un nuovo patto?"

Il premier dimissionario in Senato: “L’Italia è forte quando è unita”. Ma accusa il M5S: «Non aver votato la fiducia al proprio governo è un atto che non potevo ignorare». Cinque Stelle e Lega non applaudono



ROMA. Il finale del discorso di Mario Draghi in Senato è una sfida alle forze politiche: "Siete pronte a un nuovo patto di fiducia?". Nessun senatore M5S, e quasi nessuno della Lega, applaude alla fine dell'intervento del presidente del Consiglio. Immobile Matteo Salvini.

Un presidente del consiglio che non si è mai sottoposto al giudizio degli elettori deve avere in parlamento il più ampio consenso possibile. Ancor più di fronte alla situazione di emergenza che stiamo affrontando”. Così Mario Draghi in uno dei primi passaggi del suo discorso in Senato iniziato questa mattina (20 luglio) poco dopo le 9.40, ha spiegato il motivo delle sue dimissioni presentate al presidente della Repubblica Mattarella. 

“A lungo – ha detto Draghi - le forze di maggioranza hanno saputo mettere da parte le loro divisioni per il bene del Paese”. 

Il premier ha ricordato le riforme della giustizia del fisco, della concorrenza, degli appalti, “passi essenziali per modernizzare l’Italia”. Ha citato i 49,5 miliardi di euro del Pnrr già ricevuti dall’Italia, a cui se ne aggiungeranno presti altri 21.

Ha parlato dell’impegno per raggiungere la pace in Ucraina e per superare l’emergenza alimentare. 

In Senato il discorso del premier Draghi: «Siete pronti a rinnovare il patto di fiducia?»

«Partiti, siete pronti a ricostruire questo patto? Siete pronti? Siamo qui in quest'Aula solo perché gli italiani lo hanno chiesto. È una risposta che dovete dare non a me, ma a tutti gli italiani». Mario Draghi conclude così il suo discorso al Senato. Eccone i passaggi salienti.

Draghi ha citato l’accoglienza dei profughi ucraini e il successo della campagna di vaccinazione contro il Covid: “Mai come in questi momenti sono stato orgoglioso di essere italiano”. Lungo applauso dei senatori.

"L’Italia è forte quando sa essere unita. Purtroppo con il passare dei mesi a questa domanda di coesione le forze politiche hanno opposto una crescente esigenza di distinguo. C’è stato uno sfarinamento della maggioranza di fronte ai tentativi di modernizzazione del Paese. Il desiderio di andare avanti insieme si è progressivamente esaurito”. 

Il voto di giovedì scorso in Senato per Draghi ha certificato “la fine del patto di fiducia che teneva insieme la maggioranza”. Duro il suo j’accuse al Movimento 5 Stelle: “Non votare la fiducia al governo di cui si fa parte è un segnale chiaro. Non è possibile ignorarlo perché vorrebbe dire ignorare il parlamento”.

Ma subito dopo il premier dimissionario apre: "L’unica strada se vogliamo restare insieme è ricostruire daccapo questo patto, con serietà e generosità”. Cita gli appelli arrivati nelle ultime ore alla prosecuzione del governo, tra cui quelli dei 2 mila sindaci e del personale sanitario. “L’Italia è forte quando sa essere unita”.

Indica gli obiettivi per il Paese, in primis il Pnrr e la riforma della concorrenza, la legge di riforma della giustizia tributaria, la riforma del fisco, un’agenda sociale che parta dai più deboli e riduca le disuguaglianze. “C’è bisogno di un sostegno convinto al governo – ammonisce – non di sostegno a proteste violente (come quella dei tassisti, ndr)”. 

Sul fisco indica gli obiettivi: ridurre le tasse sui ceti medio-bassi, razionalizzare l’Irap. 

Annuncia entro inizio agosto un “provvedimento corposo” per aiutare i cittadini alle prese con l’inflazione e il caro energia. Cita due dei temi cari ai 5 Stelle, il salario minimo e il reddito di cittadinanza (“misura importante ma che può essere migliorata per aiutare chi ha più bisogno e ridurre gli effetti negativi sul mercato del lavoro”). Dice che c’è bisogno di una riforma delle pensioni “che sia sostenibile”, che bisogna  accelerare sui rigassificatori a Piombino e a Ravenna (“Non si può volere l'autonomia energetica e poi protestare contro questi impianti che sono sicuri”).

Standing ovation unanime nell'Aula quando il presidente del Consiglio  ricorda i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino assassinati dalla mafia. Al lungo applauso, dopo una iniziale esitazione, si sono uniti anche i M5S, che fino ad allora mai avevano applaudito.

















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