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Cesare Angeli, a Campodenno dalle battaglie storiche alle innovazioni recenti

Intervista con il poliedrico imprenditore 75enne: «Nella frutticoltura in pochi decenni è cambiato tutto, dalla produzione alla conservazione. Importante il ruolo assunto dalla fondazione Mach sul fronte della qualità. Oggi sono perplesso sui nuovi sistemi d’impianto, troppo fitti...»

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CARLO BRIDI
CAMPODENNO


Anche la storia di questa settimana viene dalla valle di Non, e precisamente da Campodenno. Lì abbiamo incontrato Cesare Angeli, poliedrico imprenditore che partendo da Campodenno ha creato una rete di contatti e di affari con mezzo mondo.

Cesare ha 75 anni, ma è ancora impegnato sia nell’azienda agricola di famiglia, nella quale è subentrato il figlio Paolo come titolare, sia in molte altre attività. Attualmente Paolo coltiva 6 ettari tutti in corpo unico a Castel Thun, mentre altri sette li ha affittati. 

In tutti i campi nei quali si è impegnato, Cesare Angeli ha dimostrato di avere visione, acume ma anche fiuto negli affari. Lo abbiamo conosciuto quando non aveva ancora vent’anni, esattamente 17 ci ricorda lui, come socio e poi dirigente del Club 3P di Campodenno, diventando poi presidente regionale dai 3P per il periodo 1971-1974.

Come ricorda, quel periodo era di grande crisi in agricoltura ma anche di forte rilancio proprio grazie ai Clubs 3P e alla loro formula dell’imparare facendo grazie anche all’assistente tecnico che ogni gruppo aveva?

«È stato un momento - ricorda - molto importante, per la mia attività in agricoltura, ma più in generale per tutta la mia vita. Ed è stato un periodo molto importante per tutta l’agricoltura italiana che passava da un’agricoltura di autoconsumo ad una che si doveva confrontare ogni giorno sui mercati.

Ma per chi ha sapute coglierle, c’erano delle grandi possibilità di farsi un’azienda, c'era terra sul mercato a prezzi molto accessibili e i coltivatori diretti potevano avere dei mutui a 40 anni a un tasso bassissimo (1%)».

Ci ricorda i suoi vari impegni in campo cooperativo?

«Nel biennio 1974-1975 sono stato presidente del caseificio sociale di Campodenno, che ho portato alla fusione con quello di Lover; poi con la scomparsa prematura di mio padre Dario, all’età di 76 anni, divenni presidente del consorzio frutta locale, al posto di papà, incarico che lasciai dopo alcuni anni, perché ero partito con un’attività mia nel settore della commercializzazione della frutta.

Eravamo un bel gruppetto di amici che assieme avevano avviato diverse attività, ora tutti morti molto giovani, fra loro ricordo Giorgio Brugnara e Maria Muraglia».

All’epoca la vostra azienda di famiglia com’era composta?

«Negli anni settanta lavoravamo come famiglia, 15 ettari di frutteti, la maggior parte in affitto. In proprietà avevamo solamente 2,5 ettari».

A Campodenno la frutticoltura è molto più giovane di quella, ad esempio, della media val di Non. Lei cosa ricorda di quell’importante momento degli anni ’70?

«Sicuramente la costituzione della cooperativa è stata determinante per lo sviluppo della frutticoltura, mele in particolare, perché ci ha permesso un’adeguata valorizzazione».

Lei può confrontare l’agricoltura di 45 anni orsono con quella di oggi, sia dal punto di vista tecnico che organizzativo e della ricerca. Fra l'altro, suo figlio, Dario è ricercatore alla fondazione Mach proprio nel campo frutticolo e ora responsabile del settore conservazione...

«Sembrano passati secoli e invece si tratta di poco più di quattro decenni. Ma in questo periodo è cambiato tutto, il modo di produrre, come la difesa e la conservazione, per non parlare dell’importante ruolo che ha assunto sul fronte della qualità la fondazione Mach».

Dall’alto della sua esperienza, quale futuro vede per l'agricoltura trentina?

«Se limitiamo il discorso alla valle di Non, sono perplesso sulla scelta dei nuovi sistemi d’impianto, per me sono troppo fitti, e credo che questo comporti la perdita di qualità proprio nel momento in cui il mercato richiede molto la qualità del prodotto.

Non possiamo dimenticare che oggi il mercato è globale e pertanto un prodotto di nicchia come le nostre mele della valle di Non, può reggere solamente puntando sull’alta qualità oltre che su un’adeguata promozione, come quella che fa Melinda».  

La cooperazione può ancora svolgere il ruolo del passato nella valorizzazione delle produzioni agricole del Trentino?

«Sicuramente si, la cooperazione è fondamentale ma attenzione, secondo la mia esperienza può migliorare, perché se confrontiamo il nostro modello con quello dell’Emilia Romagna, risulta perdente».

Cosa si sente di consigliare ai giovani che intendono inserirsi oggi in agricoltura, visti gli alti costi dei terreni agricoli in Trentino e particolarmente in valle di Non? 

«Il problema centrale è quello degli alti costi di produzione, per dare un futuro alla nostra frutticoltura bisogna ridurli, anche se la cosa non è facile. C’è poi il problema dei prezzi eccessivi dei terreni agricoli, per un giovane è molto difficile pensare di comperare».

Qualche nuova iniziativa della vostra azienda?

«Convinti come siamo dell’importanza della diversificazione di prodotto, abbiamo comperato in zona Amarone un appezzamento di 22 ettari che era andato all’asta in tribunale, un vigneto tutto coltivato biologicamente».













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