IL LIBRO

«Ho chiesto di te agli alberi»: amore, sofferenze e lotte in val di Non

È stato pubblicato da pochi giorni il romanzo d’esordio di Marco Romano, che vive nella vallata trentina in cui ha ambientato una storia al confine fra thriller e memoir alpino anni '90: tra la vita di malga, i meleti, i bar e i racconti di vecchie e vecchi montanari

«Il maestro itinerante», la voglia di conoscere dei montanari

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È in libreria da pochi giorni il romanzo "Ho chiesto di te agli alberi", che segna l’esordio nella narrativa di Marco Romano, autore di origini laziali che vive da tempo in Trentino, in valle di Non.

Ambientato nei primi anni Novanta in una valle trentina – ribattezzata nel libro valle di Scudo, l’antica Anaunia – richiama un mondo che i lettori riconosceranno in ogni dettaglio: i meleti e le raccolte stagionali, i bar di paese, le baite, i burroni, le leggende.

Il libro pubblicato da Aculei edizioni - si legge nella presentazione - intreccia la memoria dei processi alle streghe in Trentino, i riti agrari della fertilità, le figure del folklore locale (il lupo della segale, la benedizione della semenza, le piante “segnate”) con una vicenda di amore e riscatto che corre fino a una notte di solstizio d’inverno.

Il protagonista è Diego, un trentenne “immigrato da Roma” – come recita il suo certificato di residenza – che cerca di farsi accettare in valle a colpi di legna spaccata, lavori in segheria, raccolte di mele e uno dei mestieri più duri: il pastore in malga.

Attorno a lui, un ritratto affettuoso e senza sconti della montagna di trent’anni fa, sospesa tra la civiltà contadina degli anziani e il turismo di massa.

Al centro, una storia d’amore con una ragazza della valle, Argelia, che custodisce un segreto terribile e un’eredità antica: quella di una nonna guaritrice, discendente – racconta il romanzo – da una delle donne bruciate come streghe quattro secoli fa tra queste montagne.

Il racconto parte dall'inverno 1990. Diego ha trent’anni e da otto è fuggito da Roma a Scudo, un paese di montagna in fondo a una valle del Trentino. Vive tra lavori precari, legna da spaccare, vino, canne e un gatto nero di nome Spleen. Una mattina gelida, su un trenino incontra una ragazza vestita di nero. Ha gli occhi viola e blu, si chiama Argelia: “Colei che incanta”.

Ma dietro l’incanto c’è un abisso. Da quando aveva sette anni – l’anno in cui suo padre in un incidente nel bosco uccise per errore la sorellina – Argelia è plagiata, ricattata e abusata da un inquietante uomo “ombra”.

A proteggerla c’era solo la nonna, erede di un’antica stirpe di guaritrici, che morendo le ha lasciato un baule da aprire allo scadere di sette anni. Mancano pochi mesi.

Mentre l’estate lo porta a vivere il suo sogno di sempre – fare il pastore in una malga, tra vacche, formaggio e due malgari “Orchi” – Diego capisce che per amare Argelia dovrà affrontare il misterioso persecutore.

Tra riti di purificazione nei torrenti, sogni rivelatori, pedinamenti notturni e un coltello che luccica sotto la luna piena, la resa dei conti arriva nella notte del solstizio d’inverno. E niente, dopo, sarà più come prima.

Nel libro - spiega ancora la scheda di presentazione - ci sono le baite, il dialetto, le streghe e il mondo contadino che sta scomparendo.

C’è il trenino della valle e la corriera azzurrina delle sei e mezza. C’è il foglàr da accendere ogni mattina perché fuori fa meno quindici, il pane di segale e il formaggio del caseificio.

Ci sono gli anziani che concimano “di luna calante”, che raccontano la fienagione in montagna, i cinquanta chilometri a piedi per vendere una vacca alla fiera, i filò nelle stalle.

E c’è soprattutto la malga: la sveglia all’alba, la mungitura, la caldaia di rame, la zangola, le ricotte affumicate; cinquanta giorni da pastore raccontati come pochi hanno saputo fare.

«Diego è un personaggio inquieto, dilaniato, contraddittorio. In lui convivono un forte amore per la vita e una potente spinta autodistruttiva», spiega Marco Romano.

«È un idealista, un ribelle sognatore, un visionario alla perenne ricerca di una libertà possibile e concreta. Allo stesso tempo cova pensieri suicidari e sa rinascere dalle ceneri per lanciarsi in nuove esperienze.

Se non ce la fa da solo, c’è sempre qualcosa o qualcuno che lo salva o lo aiuta a salvarsi. In questo, credo la montagna e i racconti di vecchie e vecchi montanari giochino un ruolo importante, forse fondamentale.

Oltre ogni retorica, insegnano a Diego a sopportare, a resistere, a imparare a fare fatica, a saper affrontare gli imprevisti, a cogliere le opportunità, a stare in equilibrio sugli strapiombi del corpo e dell’anima».

La montagna che si incontra fra le pagine non è una cartolina o un semplice scenario, ma un sistema di relazioni concrete.

«La scelta ostinata di Diego di lavorare in malga, un lavoro in quel periodo rifiutato da chi in montagna ci è nato e vissuto, non è un caso. È uno dei lavori più faticosi e disagevoli ma anche uno dei più legati alla cultura contadina e alla natura selvaggia di cui lui si nutre».

Da questo punto di vista la vita di malga negli anni Novanta diventa un documento umano prima che letterario.

Il linguaggio: una scelta letteraria e d’identità. Nelle intenzioni dell’autore la letteratura, attraverso la forza del linguaggio, può rendere fisicamente concreto un mondo che sta scomparendo.

Il dialetto tra le pagine - sottolinea ancora l'autore - è presente non per folklore ma per il suo vissuto: trapolàr, él stalón, besevì.

La voce dell’autore si esprime in una prima persona sanguigna e autoironica che alterna dialetto valligiano trentino, turpiloquio da bar e citazioni di Kierkegaard, Hölderlin, Rimbaud; e un secondo registro, sibillino, affidato alle lettere della protagonista («La verità è un prisma e ciascuno di noi ne sceglie una faccia»), che mina costantemente l’affidabilità del narratore.

Marco Romano, nato a Roma, da molti anni vive e lavora a Fondo, in alta val di Non.

Da ragazzo è stato correttore di bozze e revisore di testi per diverse case editrici. Durante i suoi primi anni in Trentino ha svolto una gran varietà di lavori manuali, tra cui raccoglitore di frutta, segantino, garzone di stalla, aiuto pizzaiolo, pastore.

In seguito ha sviluppato un articolato percorso di ricerca etnoantropologica, ideando e pubblicando numerosi progetti in collaborazione con istituzioni culturali, enti pubblici, associazioni e privati.

Ha pubblicato testi di narrativa in Galleria: rassegna quadrimestrale di cultura (Sciascia, 1995) e in L’alfabeto dei sentimenti (Upad–Praxis 3, 2003).

È coautore dei docufilm Cheyenne, trent’anni (Antersass, 2010), Piccola terra (Cierre–Antersass, 2012), Contadini di confine/Grenzbauern (Mets, 2024) e del podcast Noi restiamo qui. Giovani storie montanare (Mets, 2026).

- MARCO ROMANO, "HO CHIESTO DI TE AGLI ALBERI",

ACULEI EDIZIONI, LUGLIO 2026, 328 PAGINE, 18 EURO.













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