L'EPIDEMIA

Terapie intensive, cambio di rotta: meno posti letto rispetto alla primavera 

L’Azienda sanitaria non può permettersi di sospendere i servizi ordinari: «Senza lockdown totale ci possono essere tante emergenze diverse dal Covid». E in previsione di un’emergenza prolungata l’obiettivo è quello di continuare a garantire gli interventi chirurgici

di Andrea Selva

TRENTO. Nel pieno della seconda ondata dell’epidemia, mentre il numero dei decessi sta per raggiungere quello di marzo, aprile e maggio, c’è un dato che segna la differenza rispetto alla primavera: i posti letto Covid nei reparti di terapia intensiva degli ospedali trentini sono meno rispetto a quelli della prima ondata.

Nei giorni più difficili, tra fine marzo e inizio aprile, anche le sale operatorie di Trento e Rovereto vennero trasformate in reparti di terapia intensiva, dove trovarono posto fino a 80 pazienti, con la garanzia - assicuravano all’epoca i vertici dell’Azienda sanitaria - di poter aumentare ancora la disponibilità. In realtà i numeri cominciarono a calare e nei magazzini degli ospedali trentini restarono addirittura dei ventilatori di scorta che erano stati acquistati nelle ultime settimane, ma non vennero utilizzati.

In questi giorni invece - proprio mentre il governatore Fugatti e l’Azienda sanitaria sono preoccupati per la pressione dell’epidemia sui servizi sanitari trentini - i posti in terapia intensiva sono costantemente attorno ai 50, molto distanti dal centinaio che il direttore generale dell’Azienda sanitaria, Pier Paolo Benetollo aveva detto di poter raggiungere in caso di necessità. Perché non si adotta la stessa strategia della primavera? Davvero - come ha sempre sostenuto la direzione dell’Apss - tutte le persone che ne hanno bisogno vengono accolte in terapia intensiva? Oppure bisogna scegliere chi ricoverare, ad esempio in base all’età o alla complessità del quadro clinico?

Due strategie diverse

In primavera - spiegano fonti dell’Azienda sanitaria - c’era una situazione sociale molto diversa rispetto a quella attuale, con un lockdown totale che aveva diminuito drasticamente la necessità di cure in terapia intensiva dovute - per esempio - a incidenti stradali o infortuni sul lavoro. Attualmente invece ci sono una quindicina di pazienti ricoverati in rianimazione per cause diverse dal Covid. Tra questi - per esempio - il protagonista di un fatto di cronaca nera delle ultime ore. In questa situazione - con tanta gente che svolge attività e frequenta il territorio - non è possibile pensare di concentrare tutte le forze della sanità pubblica sul Covid. E il problema va oltre i ventilatori inutilizzati in magazzino, perché il problema non è solo di attrezzature, ma soprattutto di personale: «Per garantire il funzionamento di un posto di terapia intensiva serve personale specializzato - spiegano in Azienda sanitaria - e se tutte le persone che hanno le competenze adeguate vengono utilizzate per il Covid non è possibile garantire i servizi ordinari».

Le terapie ordinarie

L’altra motivazione per cui l’Azienda sanitaria cerca - per quanto possibile - di non aumentare le risorse destinate alle terapie intensive si spiega con il fatto che, rispetto alla primavera scorsa, la sanità pubblica garantisce più servizi sanitari ai malati non-Covid. Ad esempio interventi di neurochirurgia o altre attività che richiedono l’utilizzo delle sale operatorie: una scelta basata anche sul fatto che in primavera ci fu un picco violento di contagi e decessi (ma tutto sommato breve) mentre l’andamento attuale appare molto più graduale nella sua fase attuale di diminuzione, con la possibilità di una terza ondata nel corso dell’inverno. I medici dell’Azienda sanitaria spiegano però anche in un altro modo i numeri minori della terapia intensiva rispetto alla primavera, e cioè con il fatto che, con l’aumento della conoscenza di questa patologia, le cure non intensive ora sono più efficaci - spiegano - e il ricovero in terapia intensiva può essere evitato in una percentuale superiore di casi.