Tentato omicidio a Trento «Non volevo ucciderla» 

Dal carcere di Spini si difende il tunisino che domenica ha sfregiato la compagna «Mi dispiace» ripete l’uomo. Lei è straziata. Oggi l’interrogatorio di garanzia



TRENTO. «Non volevo ucciderla». Dal carcere di Spini di Gardolo parla Chokri Bourogaa, il tunisino di 40 anni, clandestino che domenica sera, a Trento sud, ha aggredito la sua compagna con una lametta prima e con un coccio di bottiglia poi. La donna è sfregiata sul volto ed ha molteplici ferite a braccia e mani, riportate nel disperato tentativo di difendersi dai fendenti.

Oggi l’interrogatorio di garanzia del tunisino. Ieri il pm Davide Ognibene ha chiesto la convalida dell’arresto e la custodia in carcere per tentato omicidio e lesioni gravissime . «È un uomo disperato, sta male, è dispiaciuto. Non voleva ucciderla» spiega l’avvocato del tunisino, Angelica Domenichelli, dopo averlo incontrato.

La vittima, il viso ed il corpo segnati dalla furia dentro le mura domestiche, quell’uomo lo voleva lasciare. Troppo difficile la convivenza, la loro relazione doveva finire. Lui, il compagno e padre della figlia che hanno avuto insieme, da lei dipendeva per tutto. Aveva dei precedenti di polizia, le liti in casa erano frequenti, la convivenza ormai insostenibile. Alla richiesta della compagna, questa volta la risposta del tunisino è andata ben oltre le parole. Lei era decisa: voleva troncare il rapporto e separare così le loro strade. Ed è a questo punto che la reazione del quarantenne si sarebbe rivelata incontrollabile. La minaccia di morte e poi l’aggressione.

A Trento sud oggi c’è una donna che, dopo l’ennesima discussione e dopo aver manifestato la volontà di lasciare il proprio compagno, è stata travolta dai fendenti. La mano del compagno fermata dalla disperazione della figlia della coppia che, svegliata dalla colluttazione, è riuscita a dare l’allarme. Domenica sera, mezz’ora prima della mezzanotte, il tunisino entra in casa. Urla «ti ammazzo», secondo la ricostruzione della vittima. Prende una lametta, si scaglia contro di lei. I colpi sarebbero stati diretti al collo. Le guance sfregiate, il tentativo della donna di difendersi, di riparare il viso con le mani, con le braccia. Un crescendo di violenza, la lametta che sarebbe stata messa da parte per un coccio di bottiglia. L’uomo l’avrebbe prima spaccata, per poi rivolgere i colpi con la nuova arma verso la donna. Le urla, il dolore, il terrore. La figlia della coppia che si sveglia nella notte e che corre dai vicini. Chiede aiuto, arrivano le volanti, mentre l’uomo scappa. Scattano le ricerche, la fuga dura poco. Nella mattina di lunedì le forze dell’ordine trovano il fuggitivo. È nascosto in una cantina di via Marighetto, indossa gli stessi vestiti della sera precedente, vestiti sporchi di sangue. Il fermo di polizia giudiziaria, l’accusa: tentato omicidio con l’aggravante dello sfregio e le lesioni personali gravissime. La donna, ora protetta dall’affetto dei cari, porta sul volto e sul corpo il racconto di quei minuti di violenza, il segno della paura, la paura di morire.













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