Sepulveda a Trento: «Basta alla cultura della rassegnazione»

Lo scrittore cileno: questo sistema economico ingiusto mette in pericolo tante conquiste civili


Luca Sticcotti


TRENTO. Luis Sepulveda torna in regione dopo due anni per presentare il suo nuovo libro intitolato "Ritratto di gruppo con assenza". Venerdì sera alle 20.30 sarà all'auditorium Santa Chiara nell'ambito dei "Dialoghi Internazionali. Se vuoi la pace prepara la pace" organizzati da Provincia e Centro per la Pace di Bolzano. A fargli da alter ego sarà lo scrittore napoletano Bruno Arpaia. Il giorno dopo, sabato, lo scrittore cileno sarà invece a Bolzano, alle 11, nuovamente ospite dell'Università.


Giornalista, regista, poeta, scrittore, guardia del corpo, guerrigliero, perseguitato politico, antropologo, autotrasportatore, ecologista militante, dissidente per vocazione. Non si può certo dire che Luis Sepulveda sia uno scrittore tradizionale: l'attività letteraria dell'autore cileno si è sviluppata nelle pieghe di una vita avventurosa che l'ha portato a vivere in quasi tutti i paesi dell'America Latina e in numerosi altri luoghi. L'ultimo suo libro, pubblicato da Guanda, si intitola "Ritratto di gruppo con assenza" ed evoca proprio un serie di incontri che lo scrittore ha avuto negli ultimi anni, tra cui quello con il resistente al nazismo Franz Thaler nel 2008.
Sepulveda, che ricordo ha dell'incontro con Franz Thaler?
Nei suoi confronti provo un sentimento di profonda riconoscenza ed ammirazione.
Lei si è occupato a lungo del tema della paura dell'uomo d'oggi. Secondo lei è solo mantenendo un basso profilo che oggi possiamo essere in grado di affrontare un futuro nel quale è crollato il mito dell'eterno progresso?
Oggi si sta imponendo una vera e propria cultura della rassegnazione che conduce spesso, appunto, alla paura. Siamo portati a pensare che il nostro posto di lavoro, e quindi la nostra tranquillità economica se non addirittura la nostra stessa vita, siano in pericolo. Questa condizione ci provoca paura e insicurezza, legate ad un sistema economico ingiusto che mette in pericolo tante conquiste civili, come la garanzia del posto di lavoro. Con questo non voglio dire che non vi sia in giro molta gente coraggiosa, in grado di dire no alle ingiustizie e di fare qualcosa per contrastare questa situazione.
Nel suo ultimo libro lei racconta molte storie di bambini e ragazzi che non vogliono più sognare, ma cercano invece di fuggire, se non addirittura di morire. Secondo lei i giovani sono ormai solo vittime consapevoli di un futuro senza futuro, oppure comunque portatori anche di speranza?
Senz'altro i giovani ci danno una grande speranza, che in loro è connaturata. Il problema è che il mondo degli adulti fa di tutto per frustrare questa loro spinta esprimendo un enorme egoismo. Ma io penso che i giovani siano la forza più grande che abbiamo per salvare il nostro futuro.
Lei ha raccontato il suo lungo esilio, il suo pellegrinaggio per il mondo e i suoi incontri con altri esuli. Oggi delle masse di esiliati l'Europa ha paura...
Spesso ci dimentichiamo che l'esilio è parte della storia dell'umanità: da sempre le persone si sono mosse dal loro luogo d'origine proprio perché là non avevano la possibilità di sopravvivere. L'Italia è un paese che ha un'enorme storia di emigrazione e non la deve dimenticare. Non si tratta di un vero e proprio esilio, ma ci assomiglia molto. È un tema complesso ma da sempre è cruciale nella storia dell'umanità.

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