cordoglio a baselga di piné

Romano Broseghini: vicino a giovani e malati, il volto della solidarietà

Le lezioni di atletica del mercoledì con decine di ragazzini, l’impegno in parrocchia e le visite a chi soffre. Don Stefano Volani: «Neanch’io so quante persone aiutava»


di Luca Marognoli


BASELGA DI PINE’. Di basso profilo nell’apparenza, di altissimo nella sostanza. Nello stile di don Dante Clauser, il suo maestro di vita. Ci sono persone che non ricoprono cariche pubbliche o incarichi istituzionali ma che interpretano, con la loro presenza e operosità, l’anima più profonda di una comunità. Quella fatta di generosità e attenzione concreta verso il prossimo. Sfuggendo ogni clamore.

Romano Broseghini era una di quelle persone. Tanto schivo e discreto di temperamento, quanto amichevole, gioviale e caloroso nella sua vicinanza all’altro. Soprattutto a chi ha bisogno di sostegno per crescere, come i ragazzini del Club di orienteering ai quali insegnava atletica (diverse decine ogni mercoledì alla palestra di Baselga) o agli allievi della Sat avviati all’arrampicata, a chi cerca una mano tesa perché emarginato, come i tossicodipendenti che arrivavano nel laboratorio di restauro del Punto d’incontro per cercare di affacciarsi a una vita finora negata, e a chi ha sete di contatti umani perché disabile e ammalato, come i giovani autistici o colpiti dalla distrofia muscolare che andava regolarmente a trovare - sull’altopiano - per far loro compagnia o solo per portarli a prendere un po’ d’aria.

Generosità, altruismo e presenza che si facevano testimonianza, come insegna il Vangelo. «Romano era un uomo di fede sincera, profonda e vissuta nella vita quotidiana, mai in modo appariscente. E con una grande attenzione verso realtà che bisogna avere sensibilità ad avvicinare», dice il parroco di Baselga di Piné, don Stefano Volani. Broseghini era ministro dell'eucaristia, un ruolo che interpretava non limitandosi a distribuire l’ostia consacrata a messa. «È stato un grande sostegno per me - continua il sacerdote - anche nell'aiutarmi a vedere certe situazioni, meritevoli di attenzione».

Era un cristiano che viveva la sua fede come impegno nella comunità. Per questo aveva “antenne” speciali, che gli permettevano di cogliere quello che altri non coglievano, di capire chi e dove c’era bisogno di aiuto. «L'impegno nello sport era un modo per avvicinare i giovani. Con tante attività, dalla montagna alla bicicletta: non saprei neanch'io quante ne ha fatte». Semi che hanno dato buoni frutti, a partire dalla sua famiglia, «molto legata alla comunità cristiana. Il figlio più grande, Samuele, 21 anni, è capocoro e suona l'organo. Anche la moglie canta in chiesa». E chi conosce i figli, li descrive tutti come estremamente educati e rispettosi.

Romano era talmente abituato a fare senza cercare pubblicità, che neppure il parroco era informato sulle sue opere di bene. «Emerge un po' alla volta - dice - parlando con le persone». Ieri in molti sono andati a salutarlo nella camera ardente al cimitero. Lascerà un grande vuoto, dicevano tutti, ma soprattutto una gratitudine profonda. E un esempio prezioso per chi saprà raccoglierlo.













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