la storia

Quattro amiche hanno salvato la lana mochena

Nel 2017 hanno fondato il Comitato Bollait, la "lana della gente"


Daniele Peretti


VAL DEI MOCHENI. Se in una valle come quella mochena ci sono più di 5 mila pecore da latte e carne la cui lana viene gettata come rifiuto speciale perché non adatta ad essere lavorata, la scommessa di riuscire a trasformarla è cosa accettabile. A giocare sono scese in campo quattro donne: Barbara Pisetta di Fierozzo, Vea Carpi di Mala frazione di Sant’Orsola che conta 115 abitanti, poi Daniela Dalbosco di Sant’Orsola Terme e Giovanna Zanghellini di Samone che nel 2016 hanno avuto l’idea con la quale l’anno dopo hanno fondato il Comitato Bollait, vincendo alla grande quella scommessa. Decisamente esplicativo il significato del termine del dialetto mocheno “bollait” traducibile in due modi: gente della lana, ma anche la lana della gente.

Progetto che ha avuto il sostegno economico del Comune grazie all’impegno dell’allora sindaco di Palù del Fersina Stefano Moltrer del Bim.

«Prima di tutto fissiamo alcune date - spiega Barbara Pisetta a nome delle amiche - l’idea del recupero della lana nasce nel 2015; nel 2016 il progetto si realizza con la prima raccolta di 1000 chili di lana; nel 2017 nasce il Comitato che era la forma giuridica di più rapida costituzione per poter commercializzare i prodotti. Il 2023 sarà invece l’anno in cui confluiremo nella Cooperativa di Comunità della Valle dei Mocheni denominata Kroft, che vuol dire forza».

Vi lega la comune passione per la lana.

Siamo tutte operatrici turistiche impegnate anche nel mondo della lana: chi lavora il feltro, chi tinge con tinture naturali e c’è chi fila. Dalle chiacchiere è partito tutto.

Ci spiega questa cosa della lana considerata rifiuto speciale?

In valle non ci sono pecore da lana, ma solo da carne e latte che vanno comunque periodicamente tosate, ma la lana la si buttava perché inutilizzabile. Abbiamo pensato che in un frangente in cui si parla tanto di prodotti naturali avere un prodotto al 100% naturale destinato alla discarica fosse un’assurdità.

E così vi siete accordate con pastori e allevatori.

Abbiamo concordato una cessione gratuita ed il primo anno ne abbiamo raccolto 1000 chili, contro i 700 minimi che ci richiedevano per la lavorazione. La trasformazione è stata fatta da un’azienda di Biella in fiocco, falda e filato a uno, due e sei capi.

Soddisfatte del risultato?

Scherza? Spaventatissime perché ci siamo trovate in mano della lana grezza, rustica di quella lana che al tatto pizzica ed abbiamo temuto di non riuscire ad utilizzarla.

Invece ne sono nati i lanotti (piumini in lana) guanciali e materassi, quest'ultimi su richiesta.

I timori sono stati superati dalle vendite. L’idea di un prodotto al 100% di lana realizzato anche nel rispetto del benessere animale, si è rivelata vincente.

A livello organizzativo la raccolta inizia solo a prodotto esaurito.

Cerchiamo di non aver troppo invenduto, però nel 2018 abbiamo raccolto 2000 chili di lana che abbiamo in parte lavorato noi, portandola all’esterno solo per lavarla in Austria ed in Veneto per la filatura.

Essendo più esperte avete cambiato qualcosa nella richiesta?

Abbiamo seguito la tosatura in prima persona per poter scegliere la lana della schiena e dei fianchi che è più morbida. Ne abbiamo raccolta di più delle pecore di razza Tingola (detta anche pecora con gli occhiali) che è tipica trentina e poi tutta quella nera o comunque scura che veniva buttata perché troppo poca. Filandola insieme a quella bianca abbiamo ottenuto il grigio in varie tonalità. Come lavorazione facciamo la filatura a catenella che risulta essere molto più morbida.

Un gran bel progetto che però perde la sua autonomia.

L’alternativa sarebbe stata quello di chiuderlo definitivamente.

Perché?

Come detto siamo tutte operatrici turistiche e la lana è il nostro secondo lavoro che però in questi anni è cresciuto troppo per le nostre forze. Abbiamo il sito ed il negozio online che vanno seguiti ed aggiornati. Vendiamo all’interno delle nostre strutture, ma resta la gestione del magazzino, davvero troppo.

Kroft invece?

Concretizzerà il suo significato, dando forza a tutte le realtà aderenti, supportandole e mettendo a disposizione strumenti di uso comune. Il nostro progetto non finisce. Dopo tre anni che a causa Covid non abbiamo più raccolto la lana, ci stiamo organizzando per rifarla. Tutto resta come prima solo che avremo una struttura completa che ci sostiene.

Vi guardate indietro e su cosa vi soffermate?

Sulla soddisfazione di essere riuscite a fermare uno spreco di prodotto naturale che nessuno aveva mai pensato di sfruttare. Di certo siamo state incoscienti e ben poco saremmo riuscite a fare senza l’aiuto di Stefano Moltrer e del Bim, però è andata bene. Siamo riuscite a trasformare la nostra passione in un lavoro.

Cosa vi piacerebbe che diventasse Bollait?

Il primo di una serie di progetti occupazionali per la gente della Valle dei Mocheni realizzabili utilizzando i prodotti della nostra terra.

Partire da zero non è mai cosa facile, ma se all’impegno si affianca la passione è quasi fatta.

Aiuta anche a commercializzare ciò che la gente chiede ed oggi la richiesta di lana naturale è molto alta dal momento che sul mercato per la maggior parte si trovano manufatti di misto lana.

 













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