«Poste, si faccia avanti un investitore» 

Toffolon di Italia Nostra sul palazzo inutilizzato: «Giusto conservare il bene, ma senza fare i puristi»


di Sandra Mattei


TRENTO. Un palazzo di più di 7 mila metri quadrati, in pieno centro storico, quello delle Poste, che dà la possibilità di aprire bar, ristoranti e residenze. Una bella opportunità, per chi è in cerca di spazi commerciali, visto che solo quelli si estenderanno su una superficie di mille metri quadrati. Eppure, il palazzo di proprietà dell’Europa Gestione Immobiliari (Egi, la società immobiliare delle Poste) è inutilizzato da quasi vent’anni ed ospita solo al piano terra gli uffici postali, mentre al primo e secondo piano c’è il deserto. E, dall’esterno, i segni di una lenta agonia sono ben evidenti (vedi il “Trentino” di ieri, ndr.), nonostante sia pronto dal luglio scorso un piano sottoscritto da Egi, Comune e Provincia per il cambio di destinazione di una buona fetta di superfici che passeranno da pubblico a commerciale (in totale tra negozi e ristoranti si ricavano 1.800 metri quadrati) e ben 2.500 metri quadrati di residenziale al secondo piano e sottotetto, per un totale di 14 appartamenti, tutti sopra gli 80 metri quadrati.

Il punto è che, nonostante la proprietà abbia messo sul mercato il palazzo e la convenzione tra pubblico e privato voglia favorire un utilizzo del palazzo che faccia utili, si tratta di un edificio tutelato, progettato nei minimi particolari da Angiolo Mazzoni, architetto razionalista che si è distinto in importanti opere pubbliche durante il Ventennio, con caratteristiche uniche nel suo genere. Il restauro, quindi, per questo gioiello futurista, dipinto in origine con un azzurro Savoia per omaggiare il regno d’Italia al quale il Trentino era stato annesso dieci anni prima la sua costruzione, con affreschi di Luigi Bonazza e Gino Pancheri, vetrate di Depero (queste andate distrutte) e Prampolini, dovrà prevedere le prescrizioni della Soprintendenza dei beni culturali e si prevede alquanto complesso. A questo proposito interviene Beppo Toffolon, architetto e presidente di Italia Nostra, che ammette la difficoltà dell’intervento. «Si tratta di capire qual è la vocazione delle singole parti del palazzo - afferma - perché, come è noto, al suo interno convivono tracce del precedente palazzo rinascimentale costruito dalla famiglia Geroldi a Prato. Quindi, il rischio che si snaturi la struttura originale del palazzo c’è e sarebbe importante tenere una testimonianza della sua vocazione cromatica, visto che ogni ufficio del primo piano aveva colori diversi».

Il dibattito, ricorda Toffolon, riguarda l’annosa questione tra la conservazione di un bene e la sua valorizzazione.

«Uno degli esempi più recenti - precisa Toffolon - è quello del restauro del Fondaco dei Tedeschi a Venezia, palazzo storico che è stato trasformato in un centro commerciale con marchi di lusso, con progetto dell’archistar Rem Koolhaas. In questo caso sono state contestate le scale mobili rosse, come la terrazza che domina Venezia. In questo caso è un progetto riuscito, che richiama sia i turisti che i veneziani, stimati sui 2 milioni l’anno. Anche per il palazzo delle Poste si tratta di trovare il giusto equilibrio tra restauro e conservazione, anche se non sarei purista in modo esasperato. Piuttosto, si dovrebbe avere un scatto d’orgoglio per non lasciare in stato d’abbandono il palazzo di pregio. Ci dovrebbe essere la disponibilità della proprietà di abbassare il prezzo (che è di 30 milioni di euro, ndr.) e da parte dell’ente pubblico la volontà di acquisire, dismettendo magari un immobile di minor pregio. O, meglio ancora, dovrebbe farsi avanti un investitore privato che abbia a cuore anche il patrimonio artistico della città».













Scuola & Ricerca

In primo piano