il personaggio

Mauro Giacca, da tifoso (e raccattapalle) a presidente dell’Ac Trento. Pensando alla serie B

Nell’anno del centenario della società la C pare vicina. Ma si pensa già al futuro e al nuovo stadio

di Fabio Peterlongo

TRENTO. Da raccattapalle del Briamasco a presidente dell’Ac Trento, il viaggio è lungo e pieno di incognite. Ma è precisamente il percorso compiuto da Mauro Giacca, il presidente-tifoso che si accende quando parla dei colori giallo-blù.

Nell’anno del centenario della società calcistica, fondata nel 1921, il Trento confida di conquistare quella serie C che manca dal 1990 (all’epoca C1). La classifica promette bene, ma si sa che nello sport la scaramanzia non è mai troppa: «Non facciamo festa fin quando non lo dirà l’aritmetica», sospira Giacca che però chiaramente freme e non vede l’ora di esplodere quel grido di gioia soffocato per trent’anni.

Decenni segnati da ogni tipo di traversia societaria, fallimenti, denaro pubblico scialato con leggerezza, controversie legali, cambi di nome, retrocessioni, fino all’onta definitiva della caduta in Promozione nel 2014.

Quello è il momento in cui l’imprenditore Giacca rileva il titolo sportivo e nel giro di otto stagioni lo può far tornare nella terza serie calcistica nazionale. Tre decenni durante i quali Trento è profondamente cambiata, con l’emersione di altre realtà sportive, come volley e basket, i cui successi hanno fatto apparire il calcio trentino ancora più scalcagnato:

«È vero, - ammette Giacca - Ma il calcio è il calcio». E siccome l'appetito vien mangiando, ci si domanda se l’auspicato ritorno in serie C non sia solo l’antipasto per un "piatto" più ricco da consumarsi nelle categorie superiori, mai toccate dal calcio regionale: «Puntiamo a collaudarci in serie C. Per ipotizzare salti ulteriori serve una rinnovata collaborazione con le istituzioni politiche ed economiche locali, perché mancano le strutture - sottolinea Giacca - Ma mai dire mai, solo sognando si arriva ai grandi traguardi».

Insomma, parafrasando, per vedere gli aquilotti in serie B o ancora più su, farebbe tanto comodo uno stadio nuovo.

Presidente Giacca, il racconto del raccattapalle del “Briamasco” diventato "patron" la precede. Quali sono i suoi primi ricordi in “giallo-blù”?

Sono nato nel 1971 e negli anni Ottanta andavo sempre al Briamasco con mio papà Aldo. Erano gli anni del Trento in serie C1, gli anni del profumo dell’erba e dello stadio pieno in tutti i suoi cinquemila posti. Facevo il raccattapalle ed avevo stretto un rapporto d'amicizia con il portiere Bicio Paese. Anche io ero portiere e militavo in Eccellenza. Poi seguivo il Trento con il pullman delle trasferte, andavamo a Bergamo, Rimini, Mantova, Ospitaletto. Vogliamo riportare allo stadio l’atmosfera di quegli anni.

I momenti più difficili in queste prime sette stagioni?

Ci sono state un paio di retrocessioni dolorosissime, che ci hanno fatto arrabbiare e reagire. Io so quanti pianti, quante ansie in quelle occasioni, ancora oggi mi commuovo al pensiero. Ma siamo stati pronti a ripartire, in virtù della promessa di tornare in serie C in tempo per l'anno del centenario. Siamo cresciuti di cuore.

Lei aveva ereditato un Calcio Trento in una situazione disastrosa, sia sul campo sia nel suo rapporto con la città. Quali furono le ragioni di quella caduta rovinosa?

Dopo le presidenze di Del Favero, Grigolli e in parte Ossola che riportò un po' di qualità, seguirono anni disastrosi, da cui salvo l’esperienza di Massimo Dalfovo, persona pulita e in gamba, ma che non aveva nel calcio il suo mondo, essendo uomo di volley. Ma in generale furono anni terribili per la società, perché dominavano troppi interessi privati, mentre per me il Trento è una cosa pubblica. A causa di quel disastro da trent'anni non militiamo più in serie C. I presidenti erano talvolta di qualità, ma lavoravano senza un gruppo autorevole e senza territorialità. Oggi noi ci sentiamo importanti, perché ci facciamo forti del sostegno di tante imprese.

Concretamente, quale situazione incontrò?

Quando abbiamo rilevato la società nel 2014, allo stadio non c'era nemmeno la corrente, abbiamo attaccato il gruppo elettrogeno. Sotto le scale c'erano centinaia di cartoni vuoti delle pizze. Negli uffici mancavano le piastrelle. I computer erano vecchi e ingialliti. Non si aprivano nemmeno i cassetti delle scrivanie da tanto erano arrugginiti. Quando abbiamo provato ad avviare il pulmino, abbiamo visto che non si accendeva. Pensavamo che la batteria fosse scarica, poi abbiamo aperto il cofano e abbiamo visto che il motore non c'era più, era stato venduto. Gli spogliatoi avevano le panche distrutte, il tunnel era pieno di muffa. C'erano tre pannelli di sponsor in tutto lo stadio. Fatta questa ricognizione, feci buttare via con tre container tutti i vecchi computer e la spazzatura raccolta. Poi iniziammo a sistemare tutto, grazie anche al sostegno disinteressato delle imprese amiche.

E come si risale da un simile precipizio?

Facemmo subito la buca per le panchine a incasso, come in serie A. Allestimmo un nuovo impianto sonoro, ristrutturammo gli spogliatoi, acquistammo le macchine per il ghiaccio. Facemmo tutto in grande rapidità perché volevamo organizzare da subito le partite amichevoli con le squadre di serie A, come il Napoli. Ora contiamo a decine i pannelli degli sponsor, anche a led, modello Champions League, e duecentoquaranta aziende sostenitrici. Inoltre, abbiamo quattro pulmini nuovi. Come tesoriere abbiamo scelto Alberto Betta perché volevamo unire il cuore alla serietà: oltre ad essere direttore di una filiale della Cassa di Trento, è stato calciatore del Trento negli anni Ottanta. 

Ora che il traguardo della serie C sembra a portata di mano, si sognano traguardi ancora più importanti. Come si fa il salto ulteriore? Che ruolo immagina per le istituzioni pubbliche?

Puntiamo a collaudarci in serie C. Ora serve un salto di qualità anche nella mentalità, unendo allo spirito artigianale uno imprenditoriale e persino industriale. E certamente servirà un rapporto nuovo con le istituzioni, ma consapevoli che la Provincia non è la “Mamma”, anche perché dipendere dall’aiuto pubblico è stato l’errore del passato, quando la società domandava senza dimostrare nulla perché era un disastro. In questi anni noi abbiamo dimostrato le capacità sportive e societarie del Calcio Trento, senza mai domandare nulla. Ora che abbiamo dimostrato il nostro valore, bisogna collaborare. Alla luce dei risultati ci aspettiamo di collaborare con le istituzioni, ma anche con la Cooperazione e con le associazioni economiche. Sono questi i prerequisiti per fare salti ulteriori. Certamente, il sogno permette di far crescere qualcosa di grande. E se tu sogni inizi a costruire. Potremmo fare in futuro un salto in più e al momento giusto ci penseremo, ma non sarà possibile senza ulteriori collaborazioni.

Negli ultimi decenni Trento si innamorata del volley e anche nel basket ha ospitato due finali scudetto. Cos'ha il calcio che questi sport non hanno?

Sottolineo l’ottimo lavoro del presidente Mosna per il volley e del presidente Longhi per il basket, hanno fatto tantissimo. Il calcio però porta un'altra visibilità e un altro ritorno economico e di immagine. Basti pensare che se arriveremo in serie C potremo affrontare squadre blasonate come Triestina, Perugia, Padova, Südtirol, generando un grande volume di ritorno mediatico. Negli anni della pandemia, tutti i ragionamenti “di sistema” sembrano essere congelati.

Occorre ricominciare a parlare del nuovo stadio e della cittadella dello sport?

La pandemia chiaramente non ci voleva. Sono stati bloccati dei ragionamenti importanti soprattutto in relazione alla cittadella dello sport ipotizzata a Trento sud. Ma ricordiamo che il centro sportivo non serve solo al Calcio Trento. In quei ventisette ettari immagino uno stadio da quindicimila-ventimila posti in cui portare la Nazionale ed organizzare un grande “Trofeo A22”, a cui partecipino tutte le principali squadre poste sull'asse del Brennero, come Modena, Carpi, Mantova, Chievo, Hellas Verona, Südtirol. Ed ogni anno potrebbe essere presente la rappresentanza di una vallata in modo da coinvolgere l'intero territorio provinciale.

Strutture importanti dedicate al solo calcio o ha in mente anche altro?

Penso anche ad un luogo dove ospitare i grandi eventi musicali, che finora non hanno uno spazio in tutta la regione. Poi, un cinema all'aperto, un centro commerciale, un parco, un centro sportivo con cinque campi da calcio e cinque campi da basket e volley, dove organizzare tornei. Inoltre, immagino un centro di eccellenza di medicina sportiva, da progettare insieme all'università, che possa diventare un punto di riferimento per gli atleti nazionali ed internazionali. Pensiamo a Bolzano, dove c'è un centro sportivo stratosferico, conquistato grazie ad anni e anni di serie C da parte del Südtirol. Il Trento da troppo tempo non compete a quei livelli, però ha una storia e una prospettiva che merita strutture adeguate. Il campo di Trentinello è fatiscente, non abbiamo più strutture sportive, ed è un errore provinciale e comunale. E se dal Trento sono passati dei "farabutti", non è giusto privare delle strutture tutto il mondo del calcio, dove c'è tanta qualità anche nelle società minori o periferiche.

A proposito del Südtirol, continua la sua rincorsa alla serie B, traguardo che non riesce ancora ad afferrare. Come se lo spiega? Quali sono le differenze con Trento?

Il Südtirol ha poca gente che lo segue e mi pare che a Bolzano non sia nemmeno amatissimo, forse perché in origine nasce dal Millan di Bressanone. Attorno al Südtirol manca l'adrenalina, il pubblico, che invece il Trento ha. Mi azzardo a ipotizzare che sia questo il motivo per cui il Südtirol non riesce a centrare l'obiettivo della serie B: perché manca la pressione del pubblico, l’obbligo di vincere che invece sente l’hockey. Noi a Trento quest’obbligo di vincere lo sentiamo. Perché siamo una città che deve militare nelle serie maggiori ed abbiamo una storia che ci dà questa responsabilità.