L'INTERVISTA giulio mulè oculista 

Laser e vista, mille interventi al San Camillo 

Sanità. Prima l’era pionieristica al Santa Chiara, poi il passaggio al settore privato: «Sono interventi che il pubblico non può garantire» C’è anche il caso di chi è potuto diventare pilota grazie all’operazione

di Andrea Selva

C’è il giovane che sogna di fare il pilota d’aereo, il ragazzo che vuole entrare nel corpo dei vigili del fuoco volontari, ma anche gli sportivi che sperano di liberarsi dal fastidio delle lenti o più semplicemente persone che vogliono aprire gli occhi al mattino e vedere senza dover cercare gli occhiali a tentoni sul comodino, situazione che molti miopi e astigmatici conoscono benissimo. Sono oltre mille le persone che negli ultimi cinque anni si sono affidate alla chirurgia refrattiva del San Camillo, dove operano gli oculisti Giulio Mulé e Carlo Mazzola. Entrambi erano al Santa Chiara fino al 2014, quando l’azienda sanitaria di Trento (che all’epoca garantiva questo servizio ai cittadini) disse “stop” alla correzione laser dei difetti visivi, un servizio che in Trentino aveva incontrato grandissimo interesse.

Dottor Mulé, torniamo a quegli anni.

C’erano grandissime aspettative su questa tecnica e al Santa Chiara, nel 1999, cominciammo a sperimentarla con l’allora primario Mauro De Concini, non solo per i difetti visivi ma anche per intervenire in seguito a patologie e traumi, che in Trentino sono molti.

C’erano tante speranze.

Anche troppe. Negli anni precedenti era passata la linea che il laser potesse fare miracoli. Erano circolate tante false promesse, così quando abbiamo cominciato gli interventi al Santa Chiara abbiamo deciso di selezionare solo i pazienti che davvero ne avevano bisogno e avevano i requisiti giusti: niente intervento a chi aveva solo difetti lievi, tanto per cominciare.

Eppure c’era la coda.

Due anni di lista d’attesa. All’inizio l’intervento era gratuito (eravamo gli unici in Italia) poi l’azienda sanitaria introdusse un “super ticket” di 500 euro (che comunque non eliminò la forte richiesta) e infine dichiarò chiusa l’esperienza dopo aver comunque corretto la vista a 3 mila persone.

Perché?

Era un modello di welfare probabilmente insostenibile. Del resto il servizio sanitario pubblico non passa gli occhiali ai cittadini, perché dovrebbe passare la correzione laser? Un lusso insostenibile.

E qui interviene il privato. Ma è ancora sanità? O si tratta di chirurgia estetica?

No, l’approccio è molto diverso: qui deve essere chiaro che il risultato non è garantito, non si tratta di arrivare a una vista assolutamente perfetta. L’obiettivo è quello di liberare dagli occhiali persone che ne sentono la necessità.

Lei gli occhiali li porta ancora, non è un buon testimonial di sé stesso.

È la domanda che mi sento rivolgere più spesso, ma la risposta è semplicissima: con i miei difetti visivi non sono un buon candidato per questo intervento.

Quante persone vengono scartate?

Io e il mio collega abbiamo una strategia “prudente”: ne escludiamo 3 su 10. Nulla toglie che possano trovare soddisfazione altrove, ma noi abbiamo fatto una scelta: lavoriamo in una piccola comunità, il passaparola è fondamentale, non possiamo permetterci errori. Le dirò di più: non mi capita mai di proporre questo intervento ai miei pazienti, ma semplicemente li seguo quando sono loro a manifestare l’esigenza di dire addio agli occhiali.

Nessun problema grave?

Qualche paziente non soddisfatto dell’intervento c’è stato, ma nessuno è risultato danneggiato. C’è un numero che aiuta a capire la delicatezza di questi interventi.

E cioè?

Dieci millesimi di millimetro, uno spazio infinitamente piccolo nella correzione della cornea, che significa mezza diottria e fa la differenza tra un paziente soddisfatto e uno che non lo è. E parliamo di persone estremamente esigenti, perché il vero giudice dei nostri interventi sono proprio loro: i pazienti. Se uno ti dice: dottore non vedo bene come avevo sperato puoi spiegargli tante cose, ma alla fine ha ragione lui.

E la soddisfazione di questo lavoro?

Una persona che ti racconta la sorpresa di svegliarsi, aprire gli occhi e vederci bene. Oppure sapere che un ragazzo ha potuto fare carriera come pilota dopo essersi sottoposto all’intervento. Mi ha colpito un giovane che voleva entrare nei vigili del fuoco volontari. Mi disse: dottore, rinuncerò al telefonino nuovo per pagare le spese ma voglio poter entrare nel corpo.

E i costi?

Una tariffa unica per tutti: 1.350 euro a intervento (parliamo del singolo occhio), che servono per pagare tutto il percorso. L’intervento infatti è solo una parte dell’intera terapia che prevede una serie di visite prima e dopo.

Più uomini o più donne?

Più donne.

È una questione estetica?

No, direi che sono semplicemente più determinate, forse più coraggiose. Quanto alla questione estetica vale il contrario: gli occhiali sono di moda più che mai, i più giovani in particolare li portano molto volentieri.

Qual è l’età giusta?

Dai 22 ai 50 anni.

Le persone sono informate?

Ci sono quelli informatissimi e quelli - forse più “pericolosi” - che non sanno nulla e dicono “dottore mi affido a lei” senza avere una reale consapevolezza delle possibilità offerte da queste chirurgia.

Chi gestisce questo servizio?

Tre soggetti: i medici, l’ospedale che mette a disposizione la struttura e l’azienda che produce le attrezzature laser che utilizziamo.

Ha mai rimpianto la scelta di lasciare il Santa Chiara?

No, ma le confesso che non è stato facile, tanto che a mia madre l’ho detto solo un anno dopo. Ma è stata la scelta giusta: abbiamo un’ampia casistica, siamo un centro pilota in questo settore e collaboriamo anche con il mondo della ricerca.