il lutto

Il «Trentino» piange Sergio Molinari

Stroncato a 61 anni da un male incurabile. Era un cronista di razza, ha raccontato come pochi l’essenza della rivanità


di Gianfranco Piccoli


RIVA. Sergio Molinari, per quasi 35 anni firma e colonna di questo giornale, si è spento ieri. «Non so quante settimane mi restano da vivere. Ma so che le voglio vivere con gli affetti che mi sono più cari». Sergio Molinari, per quasi trentacinque anni firma e colonna di questo giornale, capocronista a Rovereto e a Riva, si è spento ieri, a pochi giorni dal suo sessantunesimo compleanno (era nato il 30 marzo del 1954), nella casa di via Diaz, nel cuore del centro storico della “sua” città.

Sergio è morto circondato proprio da quegli affetti nei quali aveva cercato calore e protezione fin dal giorno in cui, era l'inverno dello scorso anno, in ospedale gli avevano diagnosticato la malattia. Ha combattuto come un leone, passando come fosse su una montagna russa emotiva – come spesso accade a chi segue questo percorso – dalla speranza alla delusione, dalle buone alle cattive notizie. Poi la notizia cattiva si è trasformata in una sentenza infausta, di fronte alla quale la medicina si è dovuta arrendere. Una sentenza che Sergio aveva accettato con una serenità incredibile, preoccupato più che per se stesso, per le persone che gli erano care. A loro ha donato le ultime energie e gli ultimi pensieri.

Ci piace dire che Sergio è rimasto se stesso fino all'ultimo. Fino all'ultimo momento non ha perso il piacere per l'ironia e l'autoironia. E anche quando la malattia lo ha incalzato, quando gli ha reso faticosa anche la parola, non ha perso il piacere della battuta fulminante da regalare a chi gli stava davanti. Ecco, in una cosa forse Sergio è apparso trasformato a chi lo conosceva da tempo. Quell'inquietudine che talvolta si trasformava in sfuriate furibonde e fuori misura (e bilanciata dalla capacità di ravvedersi e scusarsi) era stata levigata dall'esperienza della malattia. E l'inquietudine si è trasformata quasi in dolcezza, che ha donato a chi ha avuto il privilegio di relazionarsi con lui in questo particolare periodo della sua vita.

Era consapevole della sua condizione e per questo era consapevole di quanto fosse prezioso il tempo che gli era rimasto. È il motivo per cui nell'ultimo periodo preferiva l'intimità della sua casa, degli incontri in un ambiente “protetto”, lontano dagli sguardi imbarazzati di chi non sa cosa dire di fronte alla malattia.

Professionalmente, Sergio è stato – oltre che responsabile per molti anni delle redazioni di Rovereto e Riva - un cronista ruspante, di una generazione che ha guardato con sospetto al nuovo che avanza, alle piattaforme digitali, ai social network e a tutte quelle novità tecnologiche che oggi rendono questo mestiere così profondamente diverso (e per certi versi ancora indecifrabile) da quello che era solo dieci anni fa. Ci bollava, noi “nuovi” giornalisti, come “tecnoredattori”. E quando è andato in pensione, poco più di due anni fa, probabilmente era contento di non aver più nulla a che fare non tanto con il giornalismo – che ha continuato a praticare sino a quando la salute glielo ha permesso – ma proprio con quel “nuovo” che lui proprio non digeriva. Il suo social network era il bar Roma e quando lo chiamavo per chiedergli informazioni su qualche fatto di cronaca aveva un motore di ricerca del tutto personale: “Speta, ciamo el Giovanni (Giovanni Torboli, il titolare del bar Roma) e te fago saver”. Cinque minuti dopo, puntuali, arrivavano le risposte ai miei dubbi.

Sergio intendeva il giornalismo più come un'arte che come una scienza dalle regole talvolta rigorose. Non sopportava i confini e quando era costretto in una stanza chiusa sgomitava, rompendo qualche vetro. Il meglio lo dava quando poteva liberare ampie pennellate, raccontando e descrivendo facendosi guidare dal suo personale sentire. Ricordo il giorno in cui – erano ormai le sette di sera – è arrivata in redazione la notizia della morte di Nerino Versini. Ho chiamato subito Sergio e l'ho trovato con la giacca già indossata e pronto per uscire a cena: “Ostia... el Nerino? Ero drio a nar fora... Va bem, va bem! Te mando qualcos...”. Venti minuti dopo il pezzo era già pronto. Un ritratto straordinario uscito dal cuore e da quel rapporto viscerale che Sergio aveva con Riva e i rivani, e in particolare con il “suo” quartiere, quel Rione Degasperi dove era nato e cresciuto.

Amava davvero – a modo suo, certo – Riva, un amore che professionalmente aveva tradotto anche in alcune rubriche come “Rivanità”, “Pane al pane” e “Soprannomi”. Con Sergio, quindi, se ne va non solo un giornalista, ma un interprete della più genuina essenza rivana.













Scuola & Ricerca

In primo piano