trento

Gestiva il bar del carcere mentre era in malattia

Trentunenne commessa a processo con l’accusa di truffa e di falso ideologico. La difesa: «Stava male davvero e al punto di ristoro ci andava per svagarsi»



TRENTO. Al medico curante aveva detto di vivere una situazione particolarmente stressante sul lavoro e, per questo, nel corso dei mesi successivi, il dottore le aveva ben sette certificati che dichiaravano l’inidoneità della donna protagonista della vicenda a tornare al suo lavoro di commessa presso un negozio del centro. Cose che capitano. Assai meno frequente, invece, è che il dipendente prenda malattia per avviare un’attività parallela. Questo, almeno secondo la Procura, è quello che ha fatto la trentunenne ora chiamata a rispondere del reato di truffa e falso ideologico. Secondo l’accusa, infatti, la ragazza, nel lungo periodo di riposo che le era stati prescritto dal medico - dal 26 ottobre del 2012 al 27 gennaio del 2013 - aveva rilevato la gestione del bar all’interno del carcere di Trento, creando una società di cui lei risultava essere una dei titolari.

Tutto era andato bene fino a quando i suoi datori di lavoro, quello di commessa, non erano venuti a sapere della cosa. E così, dovrà rispondere di truffa per aver continuato a percepire lo stipendio dal suo datore, che continuava a pagarla mentre lei lavorava al bar aperto in proprio. E di truffa anche per aver goduto delle indennità pagate dall’Inps. Ma dovrà difendersi anche dall’accusa di falso ideologico perché, sempre secondo la Procura, era riuscita nella non facile impresa di ingannare prima il proprio medico, il quale aveva creduto alla “reazione ansiosa situazionale da riferite problematiche di lavoro” e le aveva prescritto il lungo periodo di riposo - con sette diversi certificati attestanti il falso - consentendole di non andare al lavoro. Stesso reato che la donna avrebbe commesso ingannando pure i medici che aveva eseguito la visita fiscale, che in due distinte occasioni, a dicembre del 2012 e a gennaio del 2013, le avevano creduto e firmato per lei altri certificati di inidoneità a tornare al lavoro.

Di diverso avviso, il legale della giovane commessa, l’avvocato Sabina Zullo, che offre una diversa lettura di quanto accaduto e respinge le accuse. Secondo il legale, infatti, la sua assistita era stata male per davvero e, durante il lungo periodo di malattia, al bar del carcere ci era sì andata, ma non certo per lavorare, ma piuttosto per cercare di svagarsi e controllare che l’attività di cui era titolare procedesse al meglio. Tutto, insomma, sarebbe nato da un fraintendimento e la difesa è convinta di poter chiarire l’assoluta buona fede della sua assistita.













Scuola & Ricerca

In primo piano