Carcere, allarme del garante «Necessario più personale» 

Antonia Menghini, anche ieri nella struttura di Spini per il suo nuovo incarico,  incalza: «Mettere al centro del dibattito il tema dei suicidi dietro le sbarre»



TRENTO. La figura del garante dei detenuti a Trento mancava. C’era dappertutto, ma qui da noi non era stata istituita. Alla fine, dopo un dibattito serrato, ha approvato la legge e ha nominato Antonia Menghini, docente di diritto penale e penitenziario all’Università di Trento. La nuova garante sa bene che l’attende un compito non facile e che ci sono molte cose da migliorare.

Il personale lamenta di essere troppo sotto organico e sostiene che questo incide notevolmente anche sulla qualità di vita dentro il carcere. Lei cosa ne pensa?

Certamente il fatto che l'organico, sia della polizia penitenziaria che degli educatori, sia così in sofferenza crea delle oggettive difficoltà. Questa è una situazione che va certamente sanata. Solo nella misura in cui tutti gli operatori che lavorano all'interno del carcere e che gravitano comunque attorno a questo mondo, contribuendo a vario titolo al reinserimento dei detenuti, siano messi nella condizione di lavorare al meglio, con un adeguato stanziamento di risorse (di personale in prima battuta), l'offerta trattamentale può risultare adeguata e l'affermazione dei diritti dei detenuti piena.

C'è chi sostiene che la possibilità di lavoro per i detenuti sia ancora esigua cosa ne pensa?

Il lavoro, dentro e fuori dal carcere, è lo snodo fondamentale nel percorso rieducativo del condannato. I dati sulla recidiva sono infatti estremamente confortanti in questo senso e mettono in evidenza come il lavoro sia un'esperienza fondamentale nella responsabilizzazione del condannato, oltre che lo strumento necessario ed imprescindibile per una compiuta risocializzazione e dunque per un reinserimento pieno in società. Ritengo perciò che sia fondamentale continuare ad investire su questo versante, anche con un maggior coinvolgimento del privato sociale.

In molti si lamentano della struttura considerata spersonalizzante con spazi troppo grandi e poco contatto umano.

Certamente una struttura come quella di Spini presenta lati positivi ma anche qualche lato negativo. Il rischio di spersonalizzazione caratterizza peraltro molte realtà detentive ed anche per questo diventa fondamentale il riconoscimento della dignità della persona e l'implementazione di un percorso di responsabilizzazione.

In due anni a Spini ci sono stati 5 suicidi e 12 tentativi di suicidio. Secondo lei questo denota problemi particolari oppure si tratta di casi specifici e personali?

Non sono nelle condizioni di poter rispondere con perfetta cognizione di causa sui casi specifici, essendo la mia nomina recentissima. Ciò che è certo è che il tema dei suicidi in carcere deve tornare al centro del dibattito ed essere adeguatamente affrontato. Penso che sia compito di tutti creare le condizioni per cui questo rischio, che caratterizza la popolazione reclusa con un'incidenza percentuale significativa (ad ogni suicidio nella società libera ne corrispondono 20 tra la popolazione carceraria), sia almeno ridotto al minimo.

Secondo lei c'è la possibilità di avvicinare di più la città al carcere con iniziative dentro e fuori le mura?

Me lo auguro vivamente. Interpreto il mio mandato anche in questo senso. Penso che cercare di far conoscere, quanto più possibile, la realtà che caratterizza il momento esecutivo della pena sia il passaggio fondamentale che prelude ad un maggior coinvolgimento del tessuto sociale.(u.c.)















Scuola & Ricerca

In primo piano