Aquaspace, confermato il sequestro 

Il tribunale del riesame rigetta il ricorso dell’azienda, restano i sigilli della Dda di Trento sul depuratore chimico



ROVERETO. Il tribunale del riesame ha detto di no all’istanza di dissequestro promossa dai legali di Aquaspace: nessun dissequestro dunque per il depuratore chimico dell’azienda, che rimane con i sigilli della Direzione distrettuale antimafia di Trento. La decisione è caratterizzata da insolita durezza, perché il tribunale del riesame ha anche addebitato ai ricorrenti le spese di giudizio. Un doppio smacco per Aquaspace, che aveva già sollecitato la celerità delle indagini assicurando dei aver agito in piena trasparenza e rispetto delle regole. Lo stop prolungato all’impianto di via del Garda, sul quale il gruppo aveva investito molto, è anche un segnale negativo in prospettiva occupazionale. Il concetto lo aveva chiarito quasi subito l’amministratore delegato Karim Tonelli nel corso di un colloquio con il sindacato, all’indomani del sequestro: per come è strutturato, il depuratore non può essere mantenuto fermo oltre un certo periodo, stanti l’antieconomicità delle procedure per il riavvio - numerose componenti andrebbero comunque sostituite dopo che il macchinario è rimasto inattivo per un periodo prolungato - e in un certo senso il ridimensionamento del giro d’affari, dovuto anche agli inevitabili danni d’immagine che derivano dall’inchiesta della Dda. Al momento, i legali di Aquaspace non hanno in mano la sentenza del tribunale del riesame ed è più che logico attendersi un confronto tra avvocati e azienda prima di una presa di posizione ufficiale. Che infatti per il momento non c’è.

Il sequestro data una settimana fa, con il blitz della Dda di Trento che assieme agli uomini della polizia giudiziaria hanno bloccato le lavorazioni in corso al depuratore chimico, ponendolo sotto sequestro, e lasciando in funzione solo il depuratore biologico, con tutta probabilità più facile da gestire sotto un profilo tecnico, ma che impiega anche un maggior numero di addetti. Proprio per i dipendenti, Tonelli aveva spiegato che nel malaugurato caso in cui l’impianto non venisse dissequestrato l’azienda ne avrebbe valutato la dismissione, ponendo dure una seria ipoteca non solo sul futuro dell’impianto ma anche sulla vita di una quindicina di dipendenti. Di questi, al massimo un paio possono trovare impiego nel depuratore biologico, mentre per gli altri non ci sarebbe alcuna possibilità di accedere agli ammortizzatori sociali. Non sono previste forme di assistenza per quelle aziende che agiscono contro le leggi in vigore, nemmeno se eventuali mancanze delle imprese si riflettono sull’occupazione. In sostanza, se Aquaspace decidesse di chiudere l’impianto di depurazione chimica avviato nel 2015 e che svolge un lavoro di smaltimento controllato di sostanze ritenute nocive e pericolose, lo potrebbe fare e i dipendenti si ritroverebbero, quasi da un giorno all’altro, sulla strada. Per alcuni di loro, esperti chimici, molto apprezzati dal mercato, il reimpiego è alla portata. Per altri, con specializzazioni inferiori, il percorso di reinserimento lavorativo sarebbe molto più complicato.

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