Addio a Davide Paoli l’ultimo dei “Kròmeri” 

Lutto a Costasavina. Personaggio straordinario, commerciante girovago fino a 83 anni, fino ai masi del Tirolo, grande cacciatore (e pure bracconiere). Lunedì alle 14.30 il funerale


Alberto Folgheraiter


Pergine. Più che il medico temeva i guardacaccia. Del primo non sapeva nemmeno chi fosse, essendo vissuto quasi 89 anni senza fare mai ricorso alle pubbliche cure. I secondi ha sempre cercato di evitarli. Perché Davide Paoli da Roveda, fu un briccone di bracconiere, almeno da giovane, e poi un gran cacciatore. L’uomo non aveva alcuna remora ad ammettere di aver trascorso più di sei anni della propria vita, in montagna, all’addiaccio, con ogni tempo: pioggia, neve o grandine, “soto en péz a spetàr en leoro o ‘n capriòl”.

Il “Divìde” Paoli, con due “i” e l’accento sulla seconda, fu un personaggio straordinario. Aveva cominciato a fare il bracconiere a tredici anni “quanche aveva sentù me zio che ‘l diséva: doman el fiòca, vago a cacia de léori. E mi son levà che l’era le trei de not, ho tolt el sciòp de me papà e son nà a cazza da sol. Ghe son ‘nà dré ale péste sula nef e ho copà doi léori. Quanche me zio e me papà i era drio a marciàr, mi era già tornà con doi léori par le rècie en le man”.

Così per tutta la vita, fino a qualche mese fa.

Una lunga vita che si è conclusa nella sua abitazione, a Costasavina di Pergine, dove sarà vegliato sino a lunedì dalla moglie, Maria Froner, e dai quattro figli. Lunedì pomeriggio, alle 14.30, il funerale. Un obito che, in qualche misura, chiude un’epoca. Quella dei “Kròmeri”, i commercianti girovaghi mòcheni i quali, precursori di Amazon, portavano la mercanzia direttamente dal cliente. Soprattutto nei masi di montagna del Tirolo e dell’Alto Adige dove il Davìde era di famiglia più che a casa propria. Aveva cominciato a praticare il commercio ambulante “su pàr i todeschi”, in Alto Adige, che non aveva ancora quindici anni.

In un primo tempo, il Davìde vendeva stoffa per lenzuola, poi si specializzò nel commercio di materassi porta a porta. Disse che aveva fornito di lenzuola e materassi la maggior parte dei dodicimila masi “chiusi” della provincia di Bolzano.

“I gà fat dèbiti, po’ i ha pagà pian pian. Ma i me voleva ben”, raccontò.

Tanto bene che quando non c’era denaro o dicevano di non averlo, il Davìde lasciava la mercanzia a credito. Tornava dopo qualche mese e se non c’erano ancora soldi in casa si “accontentava” di qualche mobile “vecchio”, di qualche madia o cassapanca del 1700. Portava nel Sudtirolo materassi e tornava a casa con pezzi di antiquariato che sul mercato di Milano valevano un patrimonio.

Quando era stuzzicato dal suo compagno di caccia, l’imprenditore perginese dei panifici Bruno Ferretti, il Davìde si lasciava andare a qualche confidenza.

Aveva fatto il “kròmer” fino all’età di 83 anni quando “ghò bu dovest snizàr la pensiòn”. A quel punto aveva dovuto intaccare la pensione.

Il Bruno Ferretti lo stuzzicava: “Dìghe mo’ quanti sforzèi che te hai copà”. “En de ‘na stimàna n’ho copà sessantatrèi”. Ma era stato cinquant’anni prima. E di quei trofei non c’era traccia nella bella casa che il “Divìde” si era costruita nella piana del Perginese. C’erano, alle pareti, i trofei di almeno duecentocinquanta animali, cacciati persino in Mongolia e in Namibia.

Nell’inverno del 1986 (“ghèra vegnù ‘na nef fòr de misura”) una slavina gli portò via la vecchia casa su alla Boltbis, alla Kamàuz. Con la sua se n’era andata anche quella di uno di Fierozzo. “Madònega, ‘l dis, Dìvìde sen ben disgraziàdi che la néf la n’ha portà via la casa… Ma no, ghò dit. Pénseghe sóra: la sarìa ben pu brùta se la casa la vede portar via el paròn che ‘l paròn portàr via la casa”.

Ieri pomeriggio, un’aquila solitaria volava a grandi cerchi nel cielo di Kamauz.

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