il caso

Danni alla salute nel lavorare il porfido per terra: risarcito dal titolare

Secondo il tribunale di Trento il bancone che poteva prevenire le patologie è stato introdotto tardi



TRENTO. Il tribunale di Trento ha riconosciuto la responsabilità del titolare di una cava di porfido per i danni alla salute accusati da un lavoratore e per la non tempestiva introduzione di un particolare bancone di lavoro che li avrebbe potuti prevenire. Il ricorso - si legge in una nota della Cgil - era stato presentato dall'avvocato Giovanni Guarini, con il patrocinio di Fillea Cgil, a cui il lavoratore era iscritto.

Dopo 30 anni di lavoro nel distretto di porfido, l'uomo aveva riportato diverse patologie muscolo scheletriche a spalle, gomiti e colonna vertebrale. Il suo lavoro è consistito nello sfaldamento, dal 1991 al 2008-2009 a terra e successivamente su un bancone alto circa 80 centimetri, del porfido grezzo, che veniva ridotto in lastre di diverse dimensioni, dal peso variabile tra i 15 e i 20 chili e tra i 70 e gli 80 chili, e della movimentazione manuale di tali lastre.

Il datore di lavoro si è difeso dicendo che se il lavoratore aveva lavorato troppo lo aveva fatto per sua scelta, per guadagnare di più con il sistema a cottimo. Ha affermato anche che aveva fatto quanto possibile per tutelarlo, visto che prima del 2008 non avrebbe potuto introdurre i banconi, visto che non esistevano.

La sentenza stabilisce però che dal consenso all'applicazione del sistema di retribuzione a cottimo non deriva un concorso di colpa a carico del lavoratore. È anche emerso che il datore assumeva solo i lavoratori che erano veloci a produrre, come il ricorrente.

La sentenza chiarisce poi che l'imprenditore ha l'obbligo di adottare tutte le misure per tutelare l'integrità psico-fisica dei lavoratori, quindi è censurabile il fatto che abbia adottato i banconi solo dal 2008, quando esistevano studi medici sin dal 1998 e dal 2003 che ne raccomandavano l'adozione.













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